La corrispondenza di Henrich Heine con Cristina

La corrispondenza con Cristina

Molte delle lettere sono semplici biglietti di appuntamento: “Ci vediamo alle ore x..”, “Domani non posso venire..” , oppure “..Sono ad un sermone, vi prego di aspettarmi nel mio salone e prendere un libro. Se non vi trovo quando torno mi arrabbio..”

Non ci sono discorsi politici. L’unica citazione interessante può essere quella nella lettera del 18 aprile 1834 in cui la ammira per una “tirata” di un paio di giorni prima, contro i protagonisti dei moti di Lione. Le dice :

“Soyez sûr, Madame, que j’ai beaucoup pensé à vous depuis la soirée d’avant- hier, que je voudrais plutot nommer une journée. En effet vous avez livré une bataille, qui vallait bien celle du juste-milieu; vous avez mitraillé le peuple, c’était un feu terrible, et peu s’en fallut que mon coeur, qui est une republique, ne soit devenue une monarchie.”

Heine le racconta delle sensazioni che ha avuto vedendo una bellissima donna, la ringrazia per la gentilezza di essersi occupata di lui nei giorni di tristezza, le racconta delle sua malattia, della paralisi che prende gli prende le gambe, della cecità temporanea per due giorni, e si scambiano idee sui dottori.

Lei gli consiglia di non prendere le cose troppo seriamente o tragicamente e gli promette di non ridere delle sue disavventure.

Lui la riempie di complimenti. I suoi non sono semplici apprezzamenti ma un vero e proprio panegirico.

Riporto un esempio :

“Vous êtes la personne la plus complète que j’ai trouvé sur la terre. Oui,
avant de vous connaitre je me suis imaginé que des personnes comme vous,
douées de toutes les perfections corporelles et spirituelles, n’existaient que dans
les contes de fées, dans les rêves du poëte. Apresent je sais que l’ideale n’est
pas une vaine chimère, qu’une realité correspond à nos idées les plus sublimes,
et en pensant à vous, Princesse, je cesse quelque fois de douter d’une autre
divinité que j’avais aussi l’habitude de releguer dans l’empire des rêves”

(Aix en Provence – 30. Ottobre 1836)

Oppure questo, in cui si prodiga in una analisi della pettinatura della principessa:

“..Mais je pense demain ou après-demain j’aurais regagné tout mon sangfroid tudesque et je pourrai vous entretenir avec une assez judicieuse analyse de la coëffure, que je vous ai vue pendant cette memorable journèe du 16 avril.
Je n’ai jamais rien vu de si fabuleux, de si poetique, de si féerique que cette noire chevelure qui se dessinait en sauvages ondulations sur la 10 transparente paleur de votre figure. Et cette figure vous l’avez volé à quelque tableau du VIiem siecle, à que[lque] vieux fresque de l’ecole lombarde, peut- être de votre Luini, ou même aux poesies de l’Arioste, que sais-je moi!
Mais cette figure me poursuit, jour et nuit, comme une enigme que je voudrais resoudre.
Pour votre coeur, qui est sans doute assez beau, je m’en souçie très 15 peu.
Toutes les femmes ont des coeurs, et il-y-en-a qui ont très coeurs très magnifiques.
Par exemple ma grande-mère. Mais aucune n’a votre figure.
En effet, Madame, je ne plaisante pas. Jour et nuit, je me tourmente la tête pour deviner la signification de cette figure, des ces symboles, de ces yeux inouis, de cette bouche mysterieuse, de tous ces traits que ne semblent pas 20 exister en realité, qui semblent être plutôt le produit d’un rève, de sorte que je crains toujours que tout ça ne s’evapore un beau matin…”

(Paris- 18 Aprile 1834)

Oppure ancora, il 30 aprile del 1836:

“..Conservez moi l’amitié, Madame, dont vous m’avez honnoré un jour, 5 lorceque peut-être je ne la meritais pas trop; car alors je n’étais que le courtisan de votre beauté, et j’aurais pu tranquillement écouter tout mauvais propos contre vous, toute mesinterpretation de vos actions, pourvu qu’on ne blasphemait pas contre vos yeux ou contre la gra%;ce de vos levres.
Depuis, Madame, les choses se sont bien changées, mes sentiments froidement admiratives sont devenus un culte, un culte religieux pour tout … qui a rapport à vous … Je n’oserais croire que ce même fanatisme me coutera … je ne dis pas quoi … je ne dis rien du tout..”

Heine si prostra ai suoi piedi concludendo alcune lettere con frasi del tipo :

“J’embrasse vos pieds, et si vous le permettez aussi vos mains.
Votre très humble et très
obeissant serviteur
Henri Heine. “

(Boulogne-sur-Mer – 26 agosto 1835)

Pare che Heine amasse i piedi particolarmente piccoli della principessa…

Non ci sono particolari riferimenti al suo “femminismo”, anzi, pare che Heine non la consideri altro che “amore sacro”.
E’ vero anche che per quel periodo lei è femminista nel suo comportamento, non nei suoi scritti. Solo parecchi anni dopo scriverà sui diritti delle donne ( “Della presente condizione delle donne e del loro avvenire” 1866).

Estratto dal libro “Cristina di Belgiojoso” di Incisa/Trivulzio

Pag. 147-148-149

“Forse è proprio questo culto a spiegare la durata del legame tra Heine e Cristina. Heine appartiene a quegli intellettuali che si crogiolano nella distinzione tra l’amor sacro e l’amor profano, che sono capaci di adorare in silenzio una bella donna per una giornata intera e appena usciti dal suo salotto precipitarsi a cercare una puttana, lasciando tranquillamente svanire nel pagliericcio di un lupanare l’immagine della donna ideale. Alla fine Heine pur non cessandro di amare Cristina scelse decisamenta di accoppiarsi con una guantaia, letteralmente comprata dalla zia per 3000 franchi, carina ma volgare, carnosa, più giovane di lui di diciott’anni, semianalfabeta che non leggerà una riga di suo e non ha idea di cosa sia un poeta; tutto il contrario insomma di quelle “donne pallide con lineamenti regolare, di una bellezza quasi fantomatica”, di “quei volti bizzarri che avevano qualcosa di sfinge”, che secondo Madame Jaubert formavano il tipo prediletto dal poeta. Heine finirà per sposare dopo sette anni di convivenza la sua guantaia Crescence Eugénie Mirat, da lui ribattezzata Mathilde, ma, come testimonia Jules Legras, se Mathilde, l’amor profano, che ispirava Heine il complesso di Pigmalione, ebbe un’innegabile influenza nella sua vita, Cristina, la sua “bella principessa”, rimase la sua protettrice, l’amor sacro. La fedeltà di Heine venne ricambiata dalla principessa nonostante le critiche che le venivano dai compatrioti. A parte il Bellini terrorizzato dalla iettatura, il portabandiera dei nemici italiani di Heine era Niccolo Tommaseo che non sopportava del tedesco lo spirito sarcarstico: “Sarei rimasto più per rimanere con lei; ma come desinare con Heine! Io son facile a contristarmi, e non è cosa che più mi ratristi dell’aspetto di un uomo ch’io non posso stimare”. Cattivo carattere, Tommaseo, ha peraltro molto in comune con l’antipatico Heine: anch’egli infatti alterna le sublimi sedute con l’amor sacro alle prosaiche incursioni tra serve e puttanelle. Forse è questa segreta affinità a spiegare l’antipatia per il poeta. Nondimeno Cristina e Mignet si danno da fare perché Heine non si inabissi nella relazione con Mathilde, ma Heine ironizza sulle sue vicende : “Ho dimenticato la mia qualità di Dio, ho compromesso la mia divinità, sono disceso nel fango delle passioni umane”. Accetta di essere ospitato alla Jonchère, “nel castello della più bella, della più nobile, della più spirituale delle donne”, ma si lascia sprofondare in un fango evidentemente più attraente delle grazie eteree di Cristina, se a un certo momento confessa di non essere innamorato della principessa, di essere invece condannato ad amare “ciò che vi è di più basso e di più insensato”.

Estratto da “SOUVENIRS DANS L’EXIL” di Cristina.

Il soggetto è il compositore italiano Bellini, frequentatore del salotto parigino di Cristina:

“Era siciliano e, come per tutta la gente della sua terra, c’erano individui che ai suoi occhi assumevano il ruolo di iettatori, cioè di essri cattivi che fanno il malocchio. A questa categoria credeva appartenesse Heinrich Heine, con il quale un mese prima di morire, si trovava nella mia casa di campagna. Il poeta tedesco, assai divertito di produrre un simile effetto, ricercava tutti i modi per manifestare il proprio potere. Aveva presto scoperto le debolezze di Bellini, e la morte era l’argomento perenne delle sue battute. Eccolo dunque impietosirsi sul destino che ineluttabilmente attendeva il giovane compositore, se questi era, come si diceva, un genio.

– Muoiono tutti così giovani – diceva con un intenerimento canzonatorio – questi uomini di talento! Vediamo, voi quanti anni avete? Trentadue o trentatrè? Uhm! Mozart è vissuto solo trentacinque anni. Bellini, a queste parole, non poteva fare a meno di mettere le mani dietre le falde dell’abito facendo le corna, secondo l’usanza italiana, per scongiurare la jettatura. A quel punto Heine ricominciava con tono dolciastro:

– Dopo tutto, forse non correte nessun pericolo. Chissà se possedete il genio che vi si attribuisce? Per quanto mi riguarda, non saprei; non conosco una sola delle vostre opere, e resterò in questa ignoranza. Vi trovo affascinante e vi sono troppo amico per non sentirmi profondamente afflitto se dovessi trovarmi a scoprire in voi quel dono celeste così funesto per chi lo possiede. Senza volerne sentire una parola di più, Bellini si dava alla fuga non perché, se del caso, come il suo compatriota Mazzarino, non avesse la risposta pungente. All’apparenza esitante, mentre fingeva di non apprezzare il giusto valore delle parole, era capace invece di trovare battute divertente e mordaci; ma la sua presenza di spirito veniva meno quando era in preda a una paura superstiziosa. Questi scherzi ci sarebbero sembrati assai crudeli se il futuro ci fosse stato svelato. Io per prima, a quel tempo, ridevo di cuore guardando il volto terrorizzato del nostro caro compositore.

Nel frattempo, trascorsi pochi giorni, egli si ammalò. Doveva cenare da voi; [Caroline Jaubert] me ne ricordo, quando alle sette giunse una lettera che conteneva l’espressione del suo rincrescimento.

Un’improvvisa indisposizione, diceva, lo privava di quest’onore. Rigirando fra le dita quel bigliettino profumato di muschio, scritto su carta colorata, dalla busta e dal timbro di grande ricercatezza, diceste ai vostri invitati:

– Andiamo, non sono in ansia; non si dev’essere poi tanto malati quando si invia un bollettino medico così civettuolo. Quindici giorni più tardi Bellini non era più: probabilmente avete ricevuto le ultime righe scritte di suo pugno. Un certo mistero ha avvolto la sua triste fine. Durante quella breve e violenta malattia nessuno poteva giungere fino a lui. Io vi riuscii con grande dificoltà una volta, e credo di essere la sola fra i suoi amici che l’abbia potuto vedere. Aveva crudeli dolori ai visceri; mostrò un vivo desiderio di rivedermi. Gli promisi che sarei ritornata ma non mi fu più permesso; e la porta fu risolutamente sbarrata a tutti. …”

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