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Lettere di un’esule – 2

By 12 Novembre 2023Febbraio 17th, 2024esule, I suoi articoli

Condizione attuale e governanti della Francia.

Costantinopoli, 5 agosto 1850

Agli Editori del Tribune:

Prima di scrivere una descrizione più accurata della vera condizione delle cose in questo paese e prima di esaminare quanto la legge mussulmana sulla famiglia, o almeno la legge mussulmana riguardante i legami tra uomo e donna, genitori e figli, debba essere considerata come causa di tale condizione, penso che sia meglio tornare ancora una volta al mondo europeo e tracciare alcuni brevi descrizioni dello stato attuale delle sue diverse razze e nazioni, collocate come sono sotto un pesante giogo che pesa più che mai fino alla polvere. In tal modo dovrò delineare immagini che a voi, abitanti felici di un paese libero e ben regolato, potrebbero apparire false o esagerate, ma che sono, comunque, perfettamente corrette.

E per iniziare con la nazione che guida o finge di guidare tutte le altre sulla via del progresso e della libertà; diciamo che la Francia non è mai stata peggio né più tirannicamente governata di adesso. Mai, dal temuto Comitato di Salute Pubblica fino ad oggi, in Francia è esistito un governo così disprezzante di tutti i diritti politici e nazionali o sentimenti come il brutale e goffo governo del Presidente Napoleonico. Siete ben consapevoli degli antecedenti dell’uomo. I suoi sforzi ostinati per rovesciare il governo stabilito di Luigi Filippo e le sue ripetute richieste di scelta nazionale tra quel re e le sue pretese personali, avevano impressionato la moltitudine con una forte convinzione che, qualunque fossero i difetti del Principe, egli rispetterebbe rigorosamente la volontà popolare e non si ribellerebbe mai contro di essa. E quando, dopo la rivoluzione di febbraio, uscì ribadendo quell’appello e offrendosi alla scelta nazionale, fu proprio quella convinzione che lo rese accettabile a una gran parte del popolo francese. L’elezione era comunque un affare molto difficile. Il Generale Cavaignac rappresentava in quel periodo i Repubblicani Moderati, o in altre parole la reazione incipiente. Ledru-Rollin fu accusato di transazioni finanziarie che lo rendevano inadatto per la Magistratura Suprema del paese; mentre il Principe Luigi Napoleone rappresentava all’epoca solo un grande, caro e glorioso nome e un rispetto illimitato per la volontà popolare. È vero, inoltre, che i vari sostenitori della monarchia avevano, prima di adottarlo, accertato le sue reali intenzioni, in modo che le loro simpatie furono conferite su di lui, come il futuro distruttore della Repubblica, il braccio che doveva abbattere la barriera che impediva alla Francia e al Louvre il giovane Conte di Parigi o il Conte di Chambord.

Le parole non sono in grado di esprimere il piacere infantile con cui il Presidente si vide onorato (sic) dall’apparente considerazione dei Ministri del vecchio regime. Era l’estasi del ragazzo delle scuole che si trova improvvisamente sullo stesso piano dei propri maestri, signori molto temuti, che lo avevano frustato solo due settimane prima. C’era lui, il Principe Presidente, un vero incarnazione del potere!

Tutti i suoi trascorsi furono allora dimenticati. Quelli che avevano riso di lui, alzato le spalle, scosso la testa su di lui, che lo avevano da tempo dato per spacciato per la follia e l’assurdità, quegli stessi giudici che temevano di infliggergli una severa punizione, per timore che la compassione prevalesse sul ridicolo e che fosse preso seriamente, da qualche anima buona – queste stesse persone ora lo presero sul serio loro stessi; non come un colpevole, ma come il primo cittadino dello Stato, o meglio come il futuro Imperatore dei Francesi. Questo fu una fonte di gioia illimitata e per assaporarla a nessun prezzo, nemmeno dieci anni di prigione potevano essere considerata troppo cara.

Un tale sentimento era certamente predominante nel cuore del Presidente quando si gettò completamente e ciecamente nelle braccia di un partito il cui obiettivo era usarlo come strumento per gli scopi della sua protégée più seria. Lo conosco bene e posso assicurarvi che nulla poteva essere contemporaneamente così triste e così ridicolo come vedere quell’uomo, così piccolo, così goffo e così rigido, alzarsi sulle punte dei piedi per stringere la mano al signor Molè, o cercare di sembrare estremamente intelligente mentre ascoltava le arguzie del signor Thiers.

Ma il Presidente è stato ridicolo abbastanza a lungo e ha fatto con quella qualità inoffensiva. Nessuno può ridere dell’uomo che ha venduto se stesso e il suo paese agli attuali governanti d’Europa e ha complottato con loro per la distruzione totale del principio democratico. Quando era giovane, il ridicolo lo salvò dall’indignazione pubblica. Ora, negli anni più maturi, è l’indignazione pubblica che lo preserva dal ridicolo. Felice e dignitosa alternativa!

Quando Luigi Napoleone fu eletto, cercò l’alleanza di un sentimento ignobile che in quel momento pervadeva la Francia. Intendo la paura; paura del socialismo e dei socialisti. Il Presidente lo prese e lo adattò al suo scopo. Disse alla parte ignorante e più egoista della nazione: “C’è un mostro che avanza sull’ala del principio democratico, pronto a inghiottirvi, proprietà e tutto. Nessun potere è stato in grado finora di fermarne il progresso. Voi lo sapete ma guardatemi. Posso arrestarlo. Ma non lo farò se mi rifiutate qualsiasi cosa: se non avete fiducia in me e non mi date tutto”. E i poveri ingannati risposero. “Salvateci dal socialismo e tutto andrà bene, e saremo vostri.”

Le persone spaventate e stupide sono la stessa cosa. Poco dopo il 10 dicembre, Luigi Napoleone si dedicò a fare le cose più adatte ad incitare la nazione francese. Rifiutò l’amnistia promessa; licenziò tutti i funzionari repubblicani e diede le loro cariche ad altri ben noti per le loro propensioni monarchiche; abbatté gli alberi della libertà; proscrisse il berretto frigio e la sciarpa rossa. Fece, insomma, le cose più adatte a scatenare l’ira popolare e quando questa cominciò a manifestare segni di ripresa, si rivolse alla classe spaventata, altrimenti chiamata borghesia, dicendo: “Avevo ragione? Vedete il socialismo avanzare? Sentite gli socialisti precipitarsi come bestie selvagge? Datemi armi, armi abbastanza forti per difendervi e proteggervi, o siete perduti.”

E ottenne armi abbastanza forti. Un terzo della Francia fu posto sotto legge marziale; Libertà e Democrazia furono schiacciate attraverso l’interferenza francese in tutta Europa; l’autorità militare fu data alle creature del Presidente; la Guardia Repubblicana fu sciolta; le persecuzioni contro i giornali liberali furono portate a un’estensione fino ad allora sconosciuta; i club furono improvvisamente e violentemente chiusi; l’istruzione pubblica abbandonata alla volontà del Governo; leggi e diritti furono calpestati sotto i piedi dittatoriali: tanto fu fatto in così poco tempo, dal lato della tirannia, che il partito popolare non osò proteggere nel modo usuale, meno che non fosse massacrato e disperso, come era il desiderio espresso del Presidente e dei suoi Pretoriani. “Che cosa buona se la folla dovesse provare a combatterci!” dicevano frequentemente e sfacciatamente: “siamo sicuri di dimostrarci i più forti; quindi con le nostre spade e i nostri fucili cancelleremmo dalle liste elettorali una trentina o quarantina di migliaia di nomi, e Parigi sarebbe un posto felice! Pensate solo a quanto tranquillamente e piacevolmente ci metteremmo al lavoro e ricostruiremmo la società, se quei trenta o quarantamila fossero sotto terra!”

Ho sentito tali parole, dalle labbra più nobili e alte; dalle labbra femminili persino! Nel frattempo i capi popolari supplicavano i loro amici di sopportare e sopportare fino alla nuova elezione, quando avrebbero ottenuto il loro punto con mezzi leciti. “A cosa serve il suffragio universale, se non per consentirti di privare i non degni di poteri usurpati e di trasferirli in mani più pure? L’era delle rivoluzioni si chiuse il giorno in cui il suffragio universale fu conquistato. Aspetta. Sii paziente; e dimostra di meritare i diritti che hai acquisito!”

E la gente fece come le fu detto, guardando con silenziosa e dignitosa indignazione i numerosi atti di brutale tirannia che erano intesi ad attirarli alle barricate. Ma il giorno delle elezioni parziali arrivò (Parigi era priva di rappresentanti, poiché quasi tutti i suoi Deputati erano esuli), la gente mandò all’Assemblea i socialisti più determinati e temuti; il Governo reazionario fu colpito di timore e infastidito dalla rabbia per questo risultato. Era ancora padrone, poiché le elezioni non erano state generali e la maggioranza era ancora sua. Ma il sentimento pubblico era ovvio e la soddisfazione certa. Diventò urgente sottrarre il potere elettorale dalla presa popolare; anche questo fu osato e realizzato. Sebbene il suffragio universale fosse l’angolo di pietra della Costituzione e la conquista essenziale dell’ultima rivoluzione, una riforma della legge elettorale fu presentata all’Assemblea e da essa votata. Ora il suffragio universale non esiste più in Francia e l’elenco elettorale stilato a Parigi dopo la riforma contiene 74.000 nomi, mentre quello precedente ne conteneva almeno 200.000. Ora non è affatto improbabile che i membri attuali dell’Assemblea e del Governo possano essere respinti dal suffragio mutilato.

Quale possibilità rimane al Popolo di svincolarsi dalla rete in cui è caduto? Non ne vedo alcuna tranne un’altra rivoluzione e il governo attuale li sta trascinando verso quella risorsa disperata, con tutto il suo potere e acume. Nessuno può prevedere il risultato. Il socialismo conta molti aderenti tra i soldati francesi e persino tra i loro ufficiali; ma la forza della disciplina militare non deve essere trascurata, come fu troppo evidente l’anno scorso, quando un esercito repubblicano fu inviato per distruggere una Repubblica sorella, senza offrire la minima opposizione. Ma anche la possibilità di simpatia attiva tra l’esercito e il popolo insorto è stata completamente anticipo.

Recentemente, al Governo piemontese è stato richiesto da un ministro austriaco di permettere all’esercito austriaco di attraversare il loro territorio per raggiungere la Francia, dove una rivoluzione imminente rendeva molto desiderabile la vicinanza delle truppe alleate. Il Marchese d’Azeglio ha chiesto a sua volta se la richiesta fosse stata riconosciuta dal Governo francese e, sebbene non sia stata data una risposta precisa su questo punto specifico, l’affermativa è stata chiaramente accennata. Il Piemonte ha rinviato la questione all’Inghilterra, che ha imposto un diniego, rispondendo nel contempo per le conseguenze, ma sollecitando il Piemonte ad accelerare l’aumento del suo esercito.

Questa è la situazione in Francia. Luigi Napoleone ha deciso di non rinunciare mai al potere che ha strappato alla nazione attraverso l’inganno e l’illusione. Con l’impresa romana, ha comprato l’adesione dello Zar e dei tiranni minori. L’anno scorso ha parlato solo di conciliazione e sotto il suo controllo la Francia si è divisa in due parti, ciascuna delle quali brucia per distruggere l’altra. Quando la spada sarà di nuovo sguainata, non ci sarà una semplice vittoria di un lato sull’altro, ma la completa distruzione di una delle due – niente di meno che quello che potrebbe soddisfare il conquistatore. Tutti sanno e si aspettano questo – Di tanto in tanto, un terrore improvviso pervade la parte pacifica della popolazione parigina. “Domani sarà il giorno”, è ripetuto da migliaia, e una vasta emigrazione inizia subito. Carrozze, diligenze affollate, si precipitano verso i cancelli e fuori in campagna, per sfuggire alla carneficina imminente. Ma il domani arriva e non porta eventi. I fuggitivi tornano sempre, dicendo: “Beh, è rimandato a un altro giorno”, e si siedono di nuovo ai loro piaceri o ai loro affari, fino allo scoppio di un nuovo panico. Nel frattempo, il Presidente gioca all’Imperatore, ogni individuo alleato alla sua famiglia viene chiamato Duca o Principe, e l’isola di Corsica non ha abitanti se non nobili. L’Eliseo Borbone si presenta come una piccola Versailles. Gli uomini lì hanno le loro amanti riconosciute e le signore hanno i loro amanti dichiarati e accettati. I disonorevoli giorni del favoritismo hanno ritagliato il loro spazio e si sono fatto strada attraverso i tempi più severi e casti della Democrazia. Molte posizioni importanti vengono date al favorito di qualche cugina. Tali transazioni sono senza maschera e il pubblico dei teatri, delle passeggiate e degli spettacoli popolari può vedere le presunte coppie reali mentre appaiono in tutto il loro splendore di fronte al mondo. Il Palazzo Nazionale, destinato all’occupazione del Principe Presidente, è onorato di essere la residenza abituale della sua Pompadour.

I Ministri di Nerone cantavano e facevano gli stupidi; quelli di Claudio discutevano di antichità e buone cene; quelli di Vitellio rovinavano le loro costituzioni vivendo come orchi. Un Ministro straniero, che vive a Parigi e che desidera sinceramente preservare, tra la Francia e il suo paese, l’entent cordiale tanto parlata, gioca a mosca cieca con il Presidente e i suoi pochi amici selezionati, mosca cieca è ciò che il Presidente chiama un jeu d’esprit. Un giorno l’Ambasciatore è arrivato quando il gioco era all’apice; ha trovato la testa presidenziale nascosta nel grembo di una signora, mentre la sua mano destra giaceva sulla schiena. Dolcemente e in punta di piedi, l’Ambasciatore si è avvicinato al gruppo interessante e con tutta la grazia possibile ha toccato la mano distesa. Il Principe, ridendo di gioia, ha esclamato: “Ah, Pauline, ti conosco!” Il soprannome di Pauline si è attaccato all’Ambasciatore da allora. Ma il Signor Normanby è sicuramente stato colpevole di qualche errore peggiore di questo; deve aver scambiato la zampa pelosa dello scimpanzé della signora Howard per la mano imperiale del nipote di Napoleone. Com’è precario tutto il progresso popolare e le conquiste e quanto poco affidamento può essere riposto in esse dal momento che la Francia dell’Ottantanove è caduta nella Francia del Cinquanta!

Cristina Trivulzio di Belgioioso

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