Costantinopoli, venerdì 25 ottobre / Lo Spirito dell’Islam – Declino della Turchia.
25 Ottobre [1850]
Partiamo verso le otto per Saffran Bolo, Maria, Eugenio, ed io. Il mio cavallo soffre ai piedi, eppure furono tutti ferrati ieri, ma questo mio bucefalo è tanto cattivo che nessuno può ardire piantargli i chiodi nella coruca.- Però quando è montato da me, diventa un agnello- Io gli voglio più bene che non volli a una bestia- Eugenio è contento perché prima, che partissimo giunsero due muratori da Baiendur, e lavorano da capo al pagliaio ed alla stalla- Dopo un’ora di viaggio Eugenio mi propone di allungare la strada di un’ora e mezzo per andare a far visita a certo Midir suo amico vecchio. Acconsento, e pieghiamo verso occidente- Giungiamo in vista di un piccolo villaggio fra i monti e ci fermiamo sotto alcune piante per far colazione. Appena seduti sull’erba, ecco venire dal villaggio una moltitudine di gente portando chi uva, chi pomi, chi una certa faccenda in un secchio, che a prima vista mi sconvolse lo stomaco.
Ma invitata reiteratamente ad assaggiarla, e conoscendo per esperienza, il poco rispetto di questi popoli per l’estetica, ne misi di quella roba un cucchiaio in bocca- Squisitissima! Sono di quelle mele così fatte, di cui già feci cenno, cotte col sugo d’uva invece di zucchero- Non c’é Confiteur francese che faccia meglio.-Mangiato, ringraziato, messo via un paniere di uve, ricevute e ritornate mille benedizioni, rimontiamo in sella. Strade pessime- Passiamo per un antico santuario Cristiano , ove erano alcuni marmi scolpiti, e fra gli altri un bell’agnello; ma furono distrutti- Ora serve di sepolcro a persone di qualità ed il terreno all’intorno di cimitero- Due ore di poi giungiamo alla residenza del Midir.é questo superstite fratello di un certo Ariut Pachà feudatario ribelle dell’Asia Minore che fu strangolato, saran venti o venticinque anni indietro a Stamboul. Il fratello che si accontentò dell’umile condizione di Midir, e dei sensuali godimenti del divoto Musulmano, vive tuttora e vegeta in una filosofica indifferenza di ogni cosa, che non tocca il sé- Questo benedetto sé trovavasi però in quel punto leggermente sconcertato da una tosse con accompagnamento di mal di capo, e di oppressione che lo faceva assomigliare più ad un uomo ubriaco che ad altro.
Richiesto Eugenio dal Midir se io sapevo di medicina, e risposto che si, mi pregò di guarirlo- Gli ordinai una cacciata di sangue, del the, e dieta.-Ma non mi obbedirà- Mentre fumavo il narghilé il Midir si mostrava assai ansioso di mandarmi nel suo Harem.- Vi andai dunque, credendo si trattasse di una visita- Ma appena entrata fui assalita da una parte con commestibili, dall’altra con riclami alla mia scienza medica. Il Midir aveva sposata la vedova del fratello ma dopo alquanto tempo trovandola troppo vecchia ne pigliò una seconda Costantinopolitana la quale presto si ammalo’: ebbe cinque figli, quattro dei quali morirono,e continua a languire. Mi interessa poco perché parla come una macchina a vapore di ottocento cavalli, ed è molto insolente con la povera vecchia moglie la quale soffre pazientemente, e sembra una regina presso a colei.- Trovo che la Costantinopolitana soffre di palpitazione, e di male al cuore; male che non farebbe morire i suoi figlioli appena nati se non provenisse da uno sconcerto dell’utero ossia del sangue- In due parole, giudicandola anche dal colore la credo clorotica. L’assicuro che guarirà.- Stava ancora parlando con essa, quando mi sento pigliar per le gambe- Mi volto e vedo inginocchiata la vecchia moglie che piange forte, e mi supplica di non so che.-La prego a comandarmi liberamente, e mi dice in mezzo a singhiozzi che un figlio suo sta per morire, e che io lo posso salvare se consento a vederlo. Chiedo dov’é, ma non intendo la risposta, mando a cercare Eugenio perché mi spieghi di che si tratta. Eugenio si ferma sulla scala, noi donne nel vestibolo di sopra, e si intavola la conversazione. Io. C’è qui una buona vecchia che mi scongiura di guarire non so chi, di non so che, il quale malato sta non so dove. Ditele che mi si spieghi- La vecchia parla Turco.-Eugenio- Trattasi di un suo parente che sta male assai, di una malattia che dev’essere molto brutta, dicendo la vecchia di piaghe nere sulle gambe.-Io – Lo vedrò e farò ogni sforzo per giovargli, ma dove sta? Eugenio. In una casa qui presso -Volete andare? – Io. Subito .Dite alla vecchia che mi accompagni. Ma ecco in queste donne risvegliarsi il sentimento della ospitalità, un momento dimenticato per un sentimento più intenso . Non vogliono assolutamente ch’io me ne vada sino a che non ho mangiato della roba loro.- Miele, latte eccellente, piccioli formaggi secchi, noci, castagne, focacce, mele, uve, ecco cosa mi pongono innanzi. Assaggio un pò di miele, e di latte, poi mi alzo, e faccio segno alla vecchia che mi conduca.-Lascio Maria coll’altre donne e partiamo .La vecchia piange sempre, e mi stringe le mani .Giungiamo in una casa, e salendo le scale sento il puzzo delle piaghe purulenti. Entro nella stanza e trovo un giovane di circa 22 anni sdraiato su di un materazzo in terra, che si lagna ,e appena può parlare.Mi accosto; e mi piglia l’orlo della vesta, la bacia giunge le mani,e mi grida Namman Namman,vi prego vi prego-Poi cava fuori un’altra volta le mani di sotto le coltri,e mi fa il segno Turco per danaro dicendomi: perà ciocch-Gli rispondo: parà iocch-Allah. E sembra interdermi perché risponde Evallah Allah Nammanik! Chiamo Eugenio per dragomanno
L’infermo ha febbre violenta, vedo che le fauci sono affette; che le carni del naso e delle guance principalmente intorno agli occhi stanno per aprirsi, chiedo se vi sieno altre piaghe, e mi si mostrano due cancheri alle gambe; voglio sapere come venne questa malattia; se dalla nascita o acquistata di poi- Eugenio mi traduce la sua risposta- Il suo male, è mal venereo acquistato cinque anni fa. Un cerretano gli fece certe fumigazioni di mercurio che lo ridussero finalmente in questo stato- Le gengive , il palato, e le fauci lo fanno più d’ogni altra cosa soffrire. M’informo se vi sono sintomi di affezione di qualche viscere essenziale. Pare che no- Può dunque riaversi quando sia ben curato; ma quelle piaghe vogliono una assistenza di tutti i giorni, ed io non posso prestargliela a questa distanza- Dica dunque che se ci può farsi trasportare vicino a me, quasi mi riprometto di salvarlo; altrimenti no.- Dice che verrà, e dicono così anche i parenti – Ma il trasporto sarà difficile assai. Quando Dio vuole ci rimettiamo in sella; ma è tardi, e non arriveremo a Saffran Bolo che ad un’ora di notte. Così è – Io sono mezza sfinita per fame, freddo, e sonno- Mangio e vado a letto , ma le pulci mi tengono sveglia sin tardi assai.
24 Ottobre [1850]
Antonini termina di fare i salami. Io lavoro e leggo un poco, ma non sono disposta allo studio. Preparo certa seta che abbiamo scoperto su pei monti, e di cui forse potremo trar partito. Eugenio non avendo più danari, e dovendo pagare il trasporto delle nostre casse, si decide a partire domani per Saffran Bolo-
Top-chien mi prega di visitare sua moglie e sua figlia ambedue malatticce -La madre è tormentata dalle febbri- La figlia da un ingorgo al fegato proveniente da cessate febbri- Ordino all’una il chinino, all’altra un legger purgante.-
23 Ottobre [1850]
Appena sveglia sento da lontano un suono di voci, e vedo un convoglio che si avanza – Sono le nostre casse. Eccole – Si sballa la roba.- Tutto è in buon essere.- Antonini comincerà dimani ad assettare la casa- Eugenio vorrebbe comprare i bufali e l’arabà di uno dei nostri arabadje – Tutto l’equipaggio costa 1600 piastre; ma i bufali sono magnifici- Giunge il ferito. Il suo ginocchio ch’io medicai è guarito. Non così il piede nel quale temo siasi formato un ascesso. Lo medico e gli dico di tornare due giorni dopo.
21 Ottobre [1850]
Si continuano i lavori tutto il giorno, meno un’ora di cavalcatura- Vengono vari Turchi che chiedono di Eugenio. Si fabbrica un forno, perché il pane torna troppo caro a comprarlo. Viene Mohammed Bey e porta cavoli,rape, zucche, funghi etc.Si riempie il nostro granaio. Eugenio va a fare una visita poco distante, e torna con un fazzoletto pieno di bellissima uva. Stagione affatto estiva- Poco prima di pranzo passa una compagnia di zingari, accompagnati da un grosso cane- I nostri gli si avventano contro, principalmente Chacal che lo vorrebbe divorare, e ne riman ferito. A stento li dividiamo, che Chacal si lascerebbe fare a pezzi piuttosto che ritirarsi dal combattimento. Ma non ho detto ancora chi sia Chacal. Il bel giorno che qui giungemmo il cane del guardiano venne fuori col suo padrone a vedere chi fossimo,e non ci lasciò più.- Finché abitammo la tenda, esso stava notte e giorno innanzi la porta di quella non permettendo ad alcuno di approssimarsi . Dopo che siamo in casa egli pure si è trasportato presso la casa, ma sta in modo da in- vigilare ad un tempo la tenda e la casa- Per due notti il suo padrone lo tenne legato alla casa sua, ma il povero cane metteva urli sì lamentevoli,che non ci fu verso di dormire per nessuno. Dunque lo lasciò andare, e il cane subito qui- Che idea sta nel cervello di quel povero animale? Che cosa siamo noi per lui? Chi può rispondere? – Oggi finito il forno gli operai non vollero rimanersene più, e se ne tornarono a Saffran Bolo.- Ecco dunque interrotti i nostri lavori.-Già stavamo per addormentarci qundo giungono vari uomini a cavallo e sentiamo le parole Arabà, e Aravadje ripetute in varie guise – Che ! Son forse arrivate le nostre robe? Vien fuori Eugenio, e dice che sono arrivate ma a Baium due o tre ore da qui- Giunge pure un messo da Saffan Bolo pregandomi a recarmi costà per visitare un infermo assai aggravato- Vi andrò subito arrivata la roba e la farmacia .
19 Ottobre [1850]
Mi alzo, e scendo prima che si levi il sole per decidere con Eugenio del sito ove si deve fabbricare il pagliaio, la scuderia, la stalla etc.- Restiamo d’accordo, e cominciarono i lavori. Viene a posare sul muro in faccia della mia finestra una pernice, ma Campana ha portato via lo schioppo. Campana sta fuori un’ora, e la pernice sembra lo spetti- tornato il cacciatore sventurato, Eugenio gli piglia il fucile ed ammazza la pernice. Anche Campana però aveva ucciso due tordi. Eugenio ha comperato al villano Tap Cem una pianta di bellissime mele a ragione di 10 para l’oca (un soldo di Francia le 42 once) Andiamo a raccoglierle- Eugenio mi chiama per informarmi che un contadino ci ha ucciso un cinghiale. Ne ha portato la punta dell’occhio per testimonio, e dice che è una bestia di cento oche
Buona giornata! Si darà un venti piastre al cacciatore, e per questo prezzo avremo quanti cinghiali vogliamo, o potremo desiderare- Sul pomo si raccolgono forse cento oche di mela . Ci conducono l’acqua dal monte sino ai piedi della casa.-Sento per caso che Eugenio vendette il suo orologio. Quando, quando giungeranno i miei danari !!! Antonini, Cucay, ed il cacciatore del cinghiale partono per andare a prendere la gran bestia sul monte. Tornano a notte col cinghiale che è più grosso di un vitello.
18 Ottobre [1850]
Mi sento assai male. Il tempo è bello, ma il vento è freddo. Pure mi risolvo d’uscire a cavallo per compiacere Maria. Partiamo un poco tardi, perché Antonini ha salito il mio gran monte, e non ritorna sino a dopo mezzodì. Andiamo sino al vecchio castello dell’altra parte del fiume, e ci ritiriamo. Andando in cerca di noci troviamo una gran quantità d’uva selvaggia ma buona. Si cena.-
Torna Eugenio con quattro muratori, e ci annuncia il prossimo arrivo di altre provviste, come di paglia pei bestiami, di grano etc- Ha dunque trovato danaro.
17 Ottobre [1850]
Mi portano della legna che mi vogliono far pagare. Ricuso perché ho legna sul mio terreno abbastanza per bruciare Costantinopoli; ma è la pigrizia di Cucay che gli vieta d’andarla a raccogliere. Vediamo due scoiattoli color di fuoco, col dorso ceruleo. Sono bellissimi animalucci. Anco degli uccelli veri b’achehi in quantità, e di assai vaghi – Io, e Maria montiamo a cavallo, e andiamo sino al confine del mio terreno dalla parte di Safran Bolo – Campana e Antonini ci seguono a piedi- Incontriamo Sodero – Il mio cavallo sembra così contento di sentirsi montato da me- Salta fossi, galoppa, è carissimo. Rientrati, andiamo a pigliar noci, ceniamo, e ci corichiamo.
15 Ottobre [1850]
Tempo piovoso.- Si passeggia, si colgono noci,ma il giorno passa lentamente. Torna il ferito a farsi medicare. Non avendo ancora medicamenti non posso far altro che tagliare , e bruciare le carni morte, ungere la piaga con del grasso, lavarlo etc. Vien notte e piove, per cui mi ricetto nella casa.- Gran gioia d’Eugenio che vuol persuadermi starci a meraviglia.
14 Ottobre [1850]
Il tempo è burrascoso, e freddo. Eugenio insiste perché io mi ricoveri in casa.- Disputiamo un poco, poi transigiamo coll’accondiscendere io a passarvi parte della giornata , purché ei mi lasci passare la notte nella tenda. Antonini mette sossopra la mia camera per poi ridurla in modo decente,ed Eugenio parte pel Bazar di Verandjeir – Ritorna carico di provvisioni per la settimana – La carne di manzo, e di vitello costa una piastra l’oca (24 once ) quella d’agnello una piastra e mezzo – Mi ritiro nella tenda, ed Eugenio mi accompagna brontolando.
13 Ottobre [1850]
Tempo bellissimo.- Nessuno viene a pulire la casa. Maria ed Antonini vanno a pigliar noci, ma si dice loro che non sono di loro proprietà- Come può essere? Credo che questo sito sia stato da lungo tempo considerato come proprietà del Comune, e sarà difficile il cangiar gli usi. Verso il mezzodì viene un contadino, a farsi visitare il piede ed il ginocchio, rovinati da una caduta a cavallo. Ho paura che vi sia la gangrena; ma gli dico di tornare quando arriveranno le mie casse. Al cader del sole andiamo di nuovo in giro, ma dall’opposta parte- Ceniamo, e ci corichiamo, ma poco dopo giunge Eugenio. Dice che fra due giorni avremo due vacche, altri due cavalli, e tre, o quattro operai. Mi racconta molte storie dei nostri conoscenti di Safran Bolo. Il Caimakan gli disse aver ricevuto un mese fa un ordine di non permettere ad Europei di possedere terre in Asia . Quest’ordine veniva spiccato intanto che Reshid Pacha mi teneva a bada con promesse di danaro. Va dunque bene, che la compera sia fatta in nome d’Eugenio.-Eugenio dice essere importantissimo che prendiamo possesso della casa, tutti credendo che non ardiremo di farlo,e che il Chifflik alla fine dei conti rimarrà ad Ismael Bey. Io però in quel porcile non ci voglio entrare.
Nota: Leggere lettera di Cristina a Thierry del 15 Novembre 1850 per un racconto dell’arrivo al suo nuovo Chifflik di Ciaq-Maq-Oglou
11 Ottobre [1850]
Partiamo alle otto, e viaggiamo fino alle due. Facciamo colazione al piede del gran monte che divide le due provincie di Gherendé, e di Safran Bolo – Ripartiti un’ora dopo giungiamo sul far della notte al nostro Chifflik – Eugenio aveva scritto ,perché si accomodasse la casa, ma il timore che incute negli uomini di questa popolazione il solo nome dell’antico proprietario Ismael Ben ha fatto si che nessuno vi mise piede né mano .Tutto è chiuso,abbandonato,deserto, e dobbiamo spiegare la tenda quasi sul limitare della nostra soglia.-
10 ottobre [1850]
Partiamo all’ora solita ed andiamo a far colazione ad un’ora a Gherendé . – Eugenio va innanzi a far preparare i cavalli, perché arrivando noi, non abbiamo ad aspettare alcune ore. Nonostante questa precauzione ci tocca aspettare non meno dell’usato, Gherendé è pieno di gente per la fiera grande che vi si tiene l’indomani . Manca un ora al tramontar del sole, quando esciamo dalla Città, ed andiamo soltanto al primo Derwen.-
9 Ottobre [1850]
Al momento di montare in sella, ci accorgiamo che il mio cavallo zoppica- Si dice che ciò provenga da una indigestione di orzo-
Convien condurlo alla Città, ove viene medicato, e ferrato, poi lo prendiamo con noi a mano-Io monto il cavallo di Eugenio-Facciamo colazione ad un sito un’ora distante dalla città. Poco dopo giungiamo ad un Khan,il cui padrone è un bel vecchio già capo di briganti.-
Egli mi dà la benvenuta,e mi prega di non molestarlo perché Turco.
Io gli dico: Allah senim, Allah benim eulere. Ed egli soddisfatto soggiunge che tutte le cose di questa terra e del cielo sono di quest’unico Signore. Mentre ci parlava così venivano le lagrime agli occhi a me ed a chi lo intendeva. Rimessisi per via, si giunge verso sera ad un Derwen distante sei ore da Bolo . Comincia a piovere , ed io mi sento presa da brividi che mi fanno temere della febbre . Scesa appena da cavallo, e mentre si sta preparando la tenda, il fuoco, e la cena, entro nel Derwen per iscaldarmi. Vi trovo vari Turchi .-
Uno fra gli altri giovane ed avvenente mi colma di gentilezze. Mi aggiusta cuscini e tappeti dinanzi al focolare, accende un bel fuoco mi fa portare un narghilé ed il caffé, vuol darmi del suo Tombeki, che portò da Bagdad,mi caccia per forza in mano dei confetti,mi prega di comandarlo in qualunque cosa etc.-Vengono ad avvertirmi essere pronta la tenda,e mi accommiato dal galante cavaliere.- Ma un ora dopo,mentre me ne stavo avvolta nelle coperte,che appena mi riparavano dal vento, e dalla pioggia,sento uno strepito di voci irate fuori dalla tenda,e riconosco la voce del mio paladino,che pronunzia replicatamente Tombeki, e la voce tonante di Eugenio che bestemmiava, opponendosi a non so che –
Figurandomi però che fosse un male inteso,grido da dentro ad Eugenio che quel Signore mi diede già del suo Tombeki, e me ne offerse per la sera. Ma Eugenio risponde che quel Sig.re è un birbante, un’ubbriacone,il quale sotto pretesto di Tombeki vuol penetrare nella tenda ove sto coricata. Non so che dire, e non insisto,non essendo per certo mia intenzione di accordargli tali libertà.- Mi accorgo poi di avere smarrito un guanto nel Derwen ove fui a scaldarmi, e dico ad Eugenio di farne ricerca. Alla mattina seguente Eugenio mi dice che il Turco dalla bella barba se n’era impadronito ed avea dichiarato di volerlo serbare ad ogni costo per memoria mia,cosicché egli fù costretto a minacciare di farlo legare e condur prigione, dopo la quale minaccia il guanto venne fuori e mi fu riportato. Notte tempestosa assai- Pioggia dirotta,vento,tuoni,lampi.
6 Ottobre
Partiamo alle 8 ore- Traversiamo un magnifico bosco che dura quasi quattro ore. Facciamo colazione sul monte ,ove restiamo un par d’ore. Ripartiamo, passiamo innanzi il Bey di Gemiiss Owa[1] ;giungiamo al gran fiume che si chiama Mantanes,e che si passa a guado ; un’ora dopo passiamo il secondo fiume detto il piccolo ,ma la cui corrente è assai più rapida del primo. Verso sera si giunge ad una villa di un Turco detto Ali Bey situata ad un miglio da Gius Tcheu-
Sentito del nostro arrivo la padrona di casa ci manda latte, burro, pelli, verza, uve, complimenti ed inviti- Mangiamo, ringraziamo ed andiamo a dormire.
[1] Il distretto di Gümüşova
Costantinopoli, sabato 5 ottobre 1850 / La tragicommedia dei tedeschi – Potere russo e schemi russi.
Il trenta Settembre alle cinque del mattino, prima d’assai che albeggiasse, Eugenio gridava , alzatevi! ecco il vostro caffè e latte sotto il naso, cosicché o prenderlo, o rovesciarlo sulle coltri. La scelta non era dubbia. Così stropicciandomi gli occhi da una mano afferrai coll’altra la tazza e riassaggiai dopo quasi tre mesi di privazione quello squisito latte di Asia, che m’avea lasciato sì dolci rimembranze.
Poi m’alzai, feci le solite abluzioni, che non trascuro,né abbrevio mai, e vestitami in fretta dietro un cespuglio perché gli uomini potessero entrare liberamente dentro la tenda pigliar la roba, e caricarla, ritornai nel nostro accampamento ove arrabbiai, e brontolai per circa un’ora sul proposito della somma lentezza e, gli Inglesi direbbero akwardness con cui questi Orientali fanno qualunque mestiere.
Per noi c’è ogni mattina da rotolare quattro tappeti due materazzi e mezzo un cuscino, quattro o cinque coperte, e altrettanti mantelli; da riporre i piatti e i bicchieri , e le posate con cui si cenò la sera e si pigliò il caffè quella mattina, da piegare e porre in un sacco la tenda, poi da caricare tutto ciò sopra due cavalli, da sellare e imbrigliare parimenti i nostri cavalli, e da mettersi in via. Orbene tutto ciò non può farsi in meno di due ore.
Non c’é che dire, tempestate, strapazzate, bestemmiate pure se così usate, non vantaggerete di mezzo minuto. Dunque due ore dopo che io avevo lasciato la tenda per andarmi a vestire, montammo in sella, passammo Tarja, altra città Greca, lasciammo [ vuoto ] sulla nostra destra alla riva del mare, e proseguimmo al trotto,galoppo e traino per circa quattro ore, quando ci fermammo sotto una rovere a far colazione.
Che appetito Signore Iddio! Io che da due mesi stavami allambiccandomi il cervello per trovar cosa che mi andasse giù, come si dice da noi , mi divorai un pezzo di pudding riscaldato che avrebbe fatto le delizie di un conduttore di mail-post Inglese. Fumavo poscia il mio narghilé quando la tremenda voce di Eugenio si fece sentire; Partite ! andiamo ! Alzatevi! e così ci alzammo da sedere ,in sella di nuovo e via.
Fù però per poco, ché un’ora poi dovettimo fermarci di bel nuovo per cambiare i cavalli. Stettimo presso il cimitero fuori appena della Città per evitare gli insulti, che quella popolazione delle più fanatiche della Natolia, avrebbe potuto infliggere a Giovanni. Finita quella noiosa operazione, che ci trattenne più d’un’ora, ripartimmo un’altra volta ma dopo due ore di cammino incominciammo gli uni, e gli altri a risentire della stanchezza .
Quando s’arriva dicevamo a perfetta vicenda ed all’unisono. C’è un pezzo, rispondeva l’Eugenio. Ma a me duole una gamba – a mé duole un piede, a me dolgon le reni – a me un’altro sito – il mio cavallo tosse , ed hà il mancamento di respiro il mio si è scorticato sotto la sella; il mio zoppica- il mio non vuol più andare- Uno dei cavalli del bagaglio cadde per due volte , insomma la disperazione stava per mettersi nelle nostre file ,quando io feci una felice diversione , intavolando una gran lite con Eugenio- Perché ci fate far giornate così lunghe sul principio? Ho detto stamane che volevo andare a pernottare a [ vuoto ] .
Voi non avete detto che fosse troppo, e adesso lo dite; dovevate dirlo allora . No Sig.ra non l’ho detto allora perché con Voi è inutile il parlare . Ma allora…. = Poche cose volete dire : ma allora perché mi parlate adesso? Vi parlo adesso, perché la stanchezza, e la rabbia mi fanno parlare sebbene conosca di parlare inutilmente etc. etc. E così rianimati un poco dal calore della controversia giungemmo infine su di un monte , al piede del quale sembrava che una piccola Città entrasse, e si facesse innanzi in mare. Ma era inganno della vista, poiché giunti alla piccola Città trovammo che era ancora lontana ,e soprastante al mare più di cento metri.
Da capo la cerimonia dello scaricare , spacchettare, attendare ,cucinare etc. etc., e da capo il dolce sonno che tien dietro alla stanchezza del dì.
Ortekin vicino a Costantinopoli
18 Settembre 1850
Mio caro Heine
Le invio una prova enorme del fatto che, da lontano come da vicino, penso sempre a Lei. La Signora Jaubert mi dà regolarmente Sue notizie, e se non Le do le mie più direttamente, è perché Lei non ha risposto (né fatto rispondere) alla lettera che Le ho scritto. Ora, Lei non può credere quanto mi sia penoso sostenere una corrispondenza che non è sotto forma di dialogo – Non so come iniziare una lettera se non così: ho ricevuto la Sua ultima alla quale mi affretto (più o meno) a rispondere. E finendo, se non posso dire: mi risponda presto, o: aspetto la Sua risposta, o qualcosa di simile, mi sento come se fossi in una stanza dalla quale vorrei uscire, ma della quale non troverei la porta –
Se avesse dettato, sia alla Signora Jaubert o a qualche segretario tedesco, anche solo due piccole parole alle quali potessi riagganciare una seconda lettera, non avrei mantenuto per così tanto tempo questo sgradevole silenzio. Ma, ci penso; Le ho parlato di una prova enorme di ricordo, e Lei è forse curioso di sapere che cos’è – Ecco – Lei mi ha spesso detto: perché non scrive un romanzo? E io Le ho detto le mie ragioni, che non è il momento di ridire, e delle quali Lei senza dubbio si ricorda, poiché Lei non dimentica nulla – Ciò mi è tornato in mente questo inverno, e ho voluto provare. Sono convinta di non avere tutto ciò che serve per scrivere un buon romanzo, ma mettendomi all’opera ho creduto di riconoscere che se non possedevo tutto, non mi mancava nemmeno tutto. Ma si è un così cattivo giudice di ciò che si fa e di ciò che si vale! Ed è così difficile riconoscere in qualcuno le qualità necessarie per giudicarci bene! Tra i miei amici dell’Accademia ne conosce uno che possa ben giudicare un romanzo? Consulterei forse il filosofo della storia?
Egli si addormenterà profondamente alla prima pagina. Consulterei forse il Signor Mohl? In primo luogo sarebbe la stessa cosa che consultare sua moglie, e poi il mio romanzo non è in sanscrito. Ecc. Ecc. Ecc. – Ho inflitto così tanto della mia scrittura alla povera Signora Jaubert, che temerei di farla cadere in sincope inviandoLe un quaderno di mio pugno – Tutto questo, è per scusarmi di chiedere a Lei, povero, martire, una cosa, un’occupazione qualsiasi.
Ma chi lo sa? mi dico, se il mio povero Heine non sarà contento di questa indiscrezione, della quale mi sento confusa? Chi sa se non troverà qualche piacere nell’ascoltare queste pagine scritte da una mano che ha così spesso stretto la Sua, a proposito di ricordi e di impressioni di cui riconoscerà la fonte? E rassicurata da questa speranza, e ricevendo gli addii di un amico che parte domani per la Francia, gli ho chiesto di portarLe questo plico. Ho fatto copiare in fretta e furia quello che ho potuto, vale a dire quanto il copista ha potuto. La copia è cattiva e chiedo scusa al segretario tedesco che avrà il doppio disagio di questa lettura – Non posso inviarLe che una parte del romanzo che d’altronde non è molto avanzato – Come mi succede per tutto ciò che scrivo, non so se ciò sia eccellente o detestabile, o, ciò che è al contempo peggiore e più probabile, né l’uno né l’altro – Il mio pensiero è di mostrare gli inconvenienti che risultano dal fatto che si vuole essere diversi da come Dio ci ha fatti – La mia Maddalena si è messa in testa che non può amare che una volta, essendo la persona più costante del mondo, ed è precisamente per questo che gli amanti si succedono, poiché si succederanno e Lei sa a memoria il seguito, benché nelle pagine che seguono Lei sia ancora solo al suo secondo, compreso il marito – È scritto di getto, ed esigerebbe una revisione minuziosa se dovesse mai vedere la luce. Credo che i caratteri siano veri e le osservazioni giuste, ma non ci sono avvenimenti, e di conseguenza non ci sono racconti, il che deriva da un difetto assoluto non dirò di immaginazione, ma di inventività, (se non preferisce dire d’invenzione).
Quando Lei avrà avuto la pazienza di ascoltare tutto il mio chiacchiericcio, mi renda il servizio di chiamare accanto al Suo letto, un buon tedesco perfettamente incapace di capire nulla e gli detti il Suo parere su quest’opera senza pronunciare il mio nome; poi faccia sigillare, e alla prima visita che Le fa la Signora Jaubert Le dia la Sua lettera, e La preghi di farla pervenire. Lei non può credere, mio caro, carissimo amico, con quale gioia scrivo queste parole: Lei farà, Lei dirà, che si riferiscono a un tempo ancora abbastanza lontano dal presente – È che il prolungamento della Sua vita, mi sembra ora, in base a ciò che mi dice la Signora Jaubert, estremamente probabile – Lei soffre meno, le Sue sofferenze sono tollerabili, e il Suo stato è stazionario da qualche tempo. Dio sia lodato; è stata sempre la mia speranza segreta vederLa arrivare a questo – Certamente se dalla piena salute di cui godeva qualche anno fa, fosse passato improvvisamente allo stato in cui si trova oggi, la trasformazione sarebbe stata intollerabile – Ma dopo aver sofferto e aver visto così da vicino la Sua disperazione così prematura, la vita come può ancora viverla non è da disdegnare – Non si tormenti per rimpiangere ciò che è perduto; ma goda di ciò che Le resta [lacuna nel testo] bile raggio di luce è un tesoro di un prezzo [lacuna nel testo] della cecità completa – E la Sua intelligenza che è rimasta ferma e brillante come un vero diamante, non è questo un bene sufficiente per ricompensarLa di molte perdite?
Ho il presentimento che ci rivedremo. Quando la voce che ripete non avrà smesso, dal mio momento di partenza, di gridare al mio orecchio la stessa parola, sarà soddisfatta e io non l’udrò più, tornerò a Parigi, e La ritroverò; [lacuna nel testo] Lei non mi verrà incontro, ma mi stringerà la mano, mi vedrà (forse non sarò granché da vedere) e converseremo –
Addio per oggi – da qui ad allora conversiamo un po’ per iscritto –
La Sua amica devota Christine
I miei complimenti premurosi alla Signora Heine
Note:
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“La Signora Jaubert mi dà… notizie” Cfr. anche la lettera scritta prima della partenza del 1° febbraio 1850 (N. 867).
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“ho voluto provare” Non è stato possibile determinare quale manoscritto del romanzo Cristina abbia inviato a Heine per un parere.
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“il filosofo della storia”: François Mignet, membro dell’Académie Française e Segretario Perpetuo.
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“Il Signor Mohl : Jules de Mohl era un orientalista e titolare di una cattedra di lingua e letteratura persiana al Collège de France.
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“di un amico” Non identificato.
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“al segretario tedesco”: Heine aveva assunto un certo Ußlar o Ussner come segretario in autunno.
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“e gli detti il Suo parere”: Il parere di Heine non è arrivato così come una lettera di risposta.
Costantinopoli.
Senza data [luglio 1850]
Mio caro fratello,
È vero che Le avevo promesso una lettera sulla Grecia, ma questa lettera sarebbe dovuta venire dopo la Sua risposta a quella che gliela preannunciava. È anche vero che avevo preso talmente a noia la Grecia e tutto ciò che conteneva, che non avrei più saputo cosa dirne, se non: va’ a tutti i diavoli! il che non è né molto epistolare, né abbastanza letterario per esserLe indirizzato. Non c’è quasi altro che la luce ad essere degna del paese caro agli dèi olimpii e, in particolare, alla sorella di Apollo. Ho vissuto a lungo sulle nuvole, sugli effetti di luce, sui raggi del sole nascente e calante e altri sweets, ma alla fine, avevo preso in orrore persino queste belle cose. Non un albero, non un filo d’erba, non una goccia d’acqua limpida e abitanti che scimmiottano allo stesso modo l’antico e il moderno, senza avere il buono né dell’una né dell’altra epoca. Delle Miss Calliope che si fanno spedire le mode da Parigi (o anche Marsiglia) e che tengono fortemente a metterLa al corrente; un ministro che non sa né leggere né scrivere, un altro che ruba sulle strade principali: il tutto spolverato da una vanità colossale e nauseabonda. Questa brava gente crede che il destino dell’Europa sia nelle loro mani e sono stati molto fieri del modo in cui si è risolta la disputa con l’Inghilterra (1). Insomma, fa pietà, e la pietà per le persone che non si amano è un sentimento molto sgradevole.
Eccomi dunque nel vero Oriente, anche se oggi mi trovo all’occidente del mio soggiorno di quest’ultimo mese. In breve, ho viaggiato trentanove giorni in Asia e Le dirò in un fiato lo scopo e il risultato del mio viaggio. Lei ha indovinato fino a un certo punto, ma il Suo affetto per me Le fa considerare la verità da un punto di vista che non è quello giusto. Mi applichi pure i versi di Virgilio, ma non pianga e non abbia paura.
L’idea di una colonia mi frulla nel cervello da molto tempo e i Greci l’avevano dapprima accarezzata, promettendomi denaro e terra. Poi sono arrivate le note russe e altre, poi la chiusura delle Camere, poi il blocco e, infine, mi sono stancata di aspettare e me ne andai, o meglio, venni qui, non pensando più granché a questo progetto che mi aveva tanto preoccupata. Trovai qui i ministri americano, piemontese e altri, che mi incoraggiarono a riprenderlo, assicurandomi che aveva grandi possibilità di successo.
Mi ci rimisi dunque, ma non avevo ancora inviato il mio progetto al Gran Visir, che ecco farsi avanti un uomo strano, ma che qui gode di un’immensa influenza e fa più o meno quello che vuole del governo. Quest’uomo comincia col rovesciare tutto il mio piano e le mie idee. «Lei chiede un terreno vicino a Costantinopoli,» mi dice, «Le serve uno in Asia, lontano da qualsiasi sorveglianza ostile o maligna; Lei chiede una concessione, il che implica un possesso temporaneo, e Lei deve acquistare una proprietà che sia bene Suo e di Sua figlia in perpetuo.»
«Acquistare,» risposi, un po’ impazientita, «è presto detto, ma con quali soldi?»
«Le propongo un piccolo regno per $6.000$ piastre turche ($1.200$ franchi), crede di non riuscire a trovarli?»
«Andiamo a vedere il piccolo regno,» risposi; ed eccoci in viaggio per l’Asia. RaccontarLe ciò che ho visto laggiù significherebbe attirarmi l’appellativo di visionaria. Eppure, sono precisa e nulla spiega il completo abbandono di tali tesori, se non il carattere del musulmano e l’assoluta mancanza di popolazione. I miei compatrioti aspettano un mio segnale per venire in gran numero a popolare il mio piccolo regno. La difficoltà è nella scelta e non posso scegliere a distanza. Se mi arrivano dei bambini, delle teste leggere, sempre entusiaste all’inizio e presto disgustate, non farò altro che un fiasco; ma se riesco ad attirare una dozzina di famiglie laboriose e solide, il mio affare è fatto. Non ne ricaverò granché ora, ma Marie si troverà in pochi anni a capo di una magnifica proprietà. Il luogo è molto vicino alla vecchia Cesarea, che oggi non ha più un solo abitante. Anche lì c’era una città, le cui rovine esistono ancora, e ciò appare persino dal nome di Verenegli o città distrutta.
Sono tornata a Stamboul, decisa, e mi assicurano che firmerò il contratto oggi o domani. Ci tornerò poi tra un mese o due e vi riceverò i coloni che verranno a stabilirvisi prima dell’inverno.
Veniamo, ora, al capitolo delle Sue preoccupazioni. No, mio caro fratello, non penso a farmi, qui, una nuova patria. Il mio pensiero è di aprire un asilo ai miei compatrioti laboriosi e di preparare una possibilità di prosperità a Marie. Per me, non ho altra intenzione se non quella di occuparmi utilmente durante il mio esilio. Non creda che io rimanga lontano da Lei perché mi ci trovo bene, né che io ci torni perché mi trovo male altrove.
Lei mi parla di progetti abbandonati, di illusioni distrutte; in buona fede, mio caro fratello, è colpa mia? Ho forse innalzato o potevo prevedere che si innalzasse un muro di sangue tra le mie due patrie? Gliel’ho detto: finché la Francia accetterà il giogo dell’uomo metà idiota e metà infame che ha comandato il misfatto di Roma, finché i Suoi generali e i Suoi ministri si aggireranno impudentemente nelle strade di Parigi, io non metterò piede sul suolo francese. Ma pensa che il mio ritorno sia lontano per questo? Io non lo credo. L’anno $52$ non è lontano ed è, credo, il termine più remoto di un potere che mi ripugna e che io detesto. Non appena sarà stata fatta giustizia, lascerò tutto, fosse anche la mia vera patria, per venire a passare almeno un po’ di tempo accanto a Lei.
Non tema, del resto, le distanze. Non sono più nulla per me. Non farò più storie per imbarcarmi oggi per Marsiglia di quante Lei ne faccia per andare all’Istituto. Non ne dubiti. Non metto radici da nessuna parte e appena potrò vedere la Francia senza un moto di sdegno, sarò vicino a Lei. Le notizie che mi dà della Sua salute mi sono molto penose e Dio solo sa quanto vorrei essere accanto a Lei! Speriamo che la fine del caldo porti un miglioramento.
L’abbraccio fraternamente e teneramente.
(1) Palmerston aveva appena inviato una squadra navale al Pireo per sostenere le rivendicazioni di un ebreo di Gibilterra, suddito inglese, Don Pacifico, la cui casa era stata bruciata dai Greci e che reclamava un formidabile risarcimento. Il governo ellenico riuscì a ottenere una forte riduzione.
(Tradotto dall’originale in francese)
Questo articolo è anche ripreso dal Journal d’agriculture pratique, settembre 1845, pagine 115-117.
Progressi del principio di associazione in Lombardia.
I nostri lettori non leggeranno senza interesse la traduzione di una lettera indirizzata al direttore della Gazzetta privilegiata di Milano, e inserita in questo giornale il 2 aprile; si uniranno a noi nei voti e nelle speranze espresse nell’ultima parte di questo lavoro.
Signor Direttore,
Il soggiorno di Sua Altezza la principessa Cristina di Belgioioso, nata marchesa Trivulzio, a Locate, soggiorno che è stato già segnalato da istituzioni considerevoli di beneficenza pubblica, ha dato luogo, quest’anno, alla fondazione di due istituti completamente nuovi nel paese, e che meritano di essere portati alla conoscenza del pubblico. È per questo che le indirizzo questa lettera, pregandola di farla pubblicare sulla Gazzetta privilegiata. So con quale premura le piaccia rendere pubblico tutto ciò che può contribuire al vantaggio generale.
Fin dall’inizio dell’inverno, la principessa aveva pensato di erigere a Locate un luogo di riscaldamento pubblico dove i membri delle famiglie che compongono la popolazione potessero essere al riparo dalla rigore della stagione, e dove le donne potessero continuare i loro lavori ordinari.
GAZZETTA PRIVILEGIATA DI MILANO
Appendice
Pregiatissimo Signor Estensore,
Il soggiorno della signora Principessa Cristina di Belgiojoso, nata Marchesa Triulzi in Locate, che fu già negli anni scorsi contrassegnata dalla istituzione di considerabili pubbliche beneficenze, ha in quest’anno dato luogo alla attivazione di due stabilimenti, che per essere in questi luoghi affatto nuovi, meritano, a parer mio, di essere portati a cognizione del pubblico. Egli è perciò che io oso dirigere a Lei la presente, interessandola a volerla inserire nella sua Gazzetta privilegiata, dal che mi lusinga il sapere come Ella accolga con premura e si compiaccia di render pubblico tutto ciò che può contribuire al comune vantaggio.