All Posts By

Cristina Trivulzio di Belgiojoso

27 gennaio 1852

By Diario turco - Seconda parte

27 [ gennaio 1852] Martedi-

Ieri, a sera vennero due signori per parte del Kaimakan ad invitarci alle case loro- Risposi che sarei andata la mattina appresso – Stamane tornano d’altra parte Giovanni e Favi- Mi dicono di avermi quasi fissata una bella casa dove staremo tutti assieme senza seccature. Vengono Petrecchi padre e figlio; viene il Padre Antonio – Insistono perch’io rimanga- Antinori va coi due Signori Turchi a visitare le case che mi propongono-Torna a capo a due ore, e mi dice che le case dei Turchi poste in castello sono di un accesso difficilissimo, prive d’acqua, e di legna da fuoco; invece la casa che mi avea presa Giovanni è poco distante, bella, comoda, vasta,bene ammobilata,e convenientissima sotto ogni rapporto- Ci decidiamo per questa. Si trasporta la roba,prendo congedo dai miei ospiti e vado alla casa nuova- Bella,grande,e pulita. Appartiene ad una Greca di Cefalonia, vedova di un medico, che morì di tifo son quindici dì-Piange, e sospira.-Ivi riposero’, se Dio vuole –

Tempio di Augusto – Angora

Antichità di Angora-Tempio di Augusto con iscrizioni da un lato in greco,e dall’altro in latino- Parte si è ben conservata.

La coperta era sostenuta da 48 colonne.-Mi si parla di un gran massacro di Crociati, 300000, successo nelle vicinanze di Angora. Consulto la Storia ,e rilevo dovettero essere Lombardi.-La colonna di Pompeo,presso al Serraglio (cosi dice Tournefort). Nel 303 martirio di  S. Clemente con 77 dispelo – Martirio contemporaneo di 7 monache.-314 Cornelio.- Il sepolcro di Saladino nella chiesa anticamente di S.ta Paraschiera,ora  moschea ; sepolcri dei Keliffi fuori del castello -. Monastero Armeno con tre bei quadri – Monastero Turco ,vicino alla porta della Città- Angora contiene 6000 case Turche ; 1200 Cattoliche ; 800 Armene Scismatiche ; Greche ed Ebree in minor numero , tutto compreso circa 80000 mila abitanti- Un bel bazar, cioé molto grande,e ben fornito = Khan       . Moschee        bagni

Un Kaimakan che va ad essere rimpiazzato or ora da un Paschia-

Un vescovo cattolico una scuola pei fanciulli greci.

26 gennaio 1852

By Diario turco - Seconda parte

 

26 [ gennaio 1852]- Lunedi

Tempo magnifico- Partiamo di buon ora,perché abbiamo una lunga tappa- Nessun villaggio per la via- Facciamo colazione sulla cima di un monte,seduti sulla neve,sotto un sole cocente.- Monti di alluvione- Si incominciano a vedere ciottoli di porfido,e di serpentino . Verso le cinque sbocchiamo nel piano di Angora, e vediamo la Città posta alle falde del monte dirimpetto. Angora è Città grande, si stende dalla valle alla cima del monte, il quale da un lato è tagliato a picco sopra il fiume- Una grande caserma è a pochi passi dalla Città. Andiamo sulle prime dal Kaimakan,che non avendo più l’Harem non può riceverci. Ci fa molte scuse, e ci prega ad aver pazienza per una notte, promettendoci per domani una buona casa- Andiamo dove ci manda- Un canile- Antinori si ricorda di una famiglia Armena,ove ci possono ricettarci- Ne va in cerca- ed intanto noi stiamo nella strada coi piedi nella neve- Torna Antinori, e ci conduce dgli Armeni. Brava gente, ma afflitta per la morte della giovane padrona di  casa e perciò poco disposta a ricevere stranieri- Ci collocano in un stanza in cui vi sono sei finestre tutte aperte,senza né vetri, né carta. Non c’é né camino, né stufa- Un solo mangalo- Si muore di freddo. Ci danno da cena della salsiccia fredda- Vo a letto e tremo tutta la notte-

Note:

Ankara Kalesi – Cittadella di Ankara -1880

La descrizione “il monte da un lato è tagliato a picco sopra il fiume” si riferisce al promontorio roccioso su cui sorge la famosa Cittadella di Ankara, con le sue mura che dominano l’antico corso d’acqua che scorre nella pianura sottostante. La Cittadella di Ankara (Ankara Kalesi) è un’antica fortezza storica situata sulla cima di una collina nel quartiere di Ulus. Fondata dagli ittiti e rifondata dai Frigi e dai Galati, è stata rimaneggiata dai Romani, Bizantini, Selgiuchidi e Ottomani, rendendola un sito ricco di storia e con una vista panoramica sulla città moderna. Oggi, al suo interno, si trovano case ottomane, botteghe di artigianato, ristoranti tipici e la moschea di Alaeddin.

25 gennaio 1852

By Diario turco - Seconda parte

25 [ gennaio 1852] Domenica

Nevica leggermente,ma il tempo sembra volersi aprire,e ci decidiamo a partire nonostante. Il figlio del padrone di casa ,un uffiziale chiamato Alunat Aga(1), ci si offre per guida sino ad Angora- Partiamo – Dopo due ore di strada ci accostiamo verso un villaggio detto Depé(2) …… per far colazione – Cessa la neve – Ripartiamo – Dopo due ore un altro villaggio- Prendiamo il caffé- Un ora ancora e si giunge al Conec Ae Dowaur(3) – Bruttissimo e poverissimo sito . Alloggiamo in tre case- Troviamo un cavallo magnifico che Antinori compra per 1200 piastre – Le donne di casa mi seccano a morte. Mi corico nel freddo, eppure riposo.

Note:

(1) Alunat Aga è probabilmente Ali Oğlu Ağa (Ağa, il figlio di Ali) o un nome simile che identifica il suo grado o titolo. Ağa era un Titolo turco-ottomano per un comandante o signore, che in questo contesto indica un ufficiale (uffiziale) con autorità militare o di polizia (un Zaptiye di alto rango) incaricato di scortare i viaggiatori verso Ankara.
(2) Depé è quasi certamente la trascrizione fonetica del termine turco moderno: Tepe con significato: “Collina”, “Cima” o “Poggio”.
(3) “Conec” potrebbe essere una traslitterazione di Konak che era storicamente una grande dimora, una residenza ufficiale (spesso del governatore o di un notabile) o un Han (caravanserraglio) dove i viaggiatori importanti potevano alloggiare. Poteva essere forse nel distretto di Kurşunlu (Provincia di Çankırı), situato a circa 40-50 km da Çerkeş. Tale località fungeva da posto tappa ufficiali per i viaggiatori e le spedizioni postali.

24 gennaio 1852

By Diario turco - Seconda parte

 

24 [ gennaio 1852] Sabbato

Bellissimo tempo. Sole caldo, e neve gelata- Partiamo verso le dieci a.m. accompagnati da un Zappetier(1)  -Caminiamo (sic) tutta la mattina in fondo ad una magnifica valle- Monti vulcanici, vista bellissima. I monti formano dei bacini separati gli uni dagli altri da roccie che vengono innanzi come le quinte di una scena. Varie sorgenti d’acqua minerale- Passiamo a poca distanza da un bagno chiamato Nussein Namman,nella valle detta Namman Booze- All’una ci fermiamo a far colazione all’aria aperta . Piu tardi troviamo un Dervent chiamato Karcascemes a poca distanza da un altro bagno chiamato Guzzulgia Namman – Si sale un monte su di una strada tutta coperta di ghiaccio. I cavalli si reggono a stento,e ci tocca a scendere- – A sera si giunge a tre villaggi uniti chiamati Neh Bachi ossia Tchorbala – Ivi trovo una conoscenza – Un vecchio che ho guarito tempo fa- è impossibile immaginare quante gentilezze ci usano – Malati in folla- Mi corico in una povera camera ma pulita-

Note:

(1) Le Zaptiye erano i membri della gendarmeria ottomana, ovvero la polizia rurale o la forza di sicurezza incaricata di mantenere l’ordine, scortare personaggi importanti e proteggere le vie di comunicazione (le rotte carovaniere, come quella che stava percorrendo l’autore).

Luogo: “Namman” è un’altra volta la distorsione di Hamam (Bagno). “Booze” è la probabile distorsione di Boğaz (pronunciato Boo-az), che significa “gola” o “passaggio stretto/valle”. In sintesi, la “Valle Namman Booze” si riferisce a Hamam Boğazı, ovvero la “Gola/Valle del Bagno (Termale)”. Considerando che  stavano procedendo da Çerkeş verso Ankara (Angora), la località più probabile che si adatta al nome e al contesto di un importante bagno termale è l’area intorno a Çavundur Termal Kaplıcaları (Bagni Termali di Çavundur), situati a sud-ovest di Çerkeş nella provincia di Çankırı. Questa località è nota per le sue sorgenti termali (quindi un “bagno” o hamam naturale) e si trova proprio lungo il percorso storico che, attraverso un passo o una gola (boğaz), conduceva i viaggiatori verso Ankara. Il bagno specifico potrebbe essere stato intitolato a un fondatore o notabile locale, da qui “Nussein”.

23 gennaio 1852

By Diario turco - Seconda parte

23 [ gennaio 1852]

Partiti alle dieci ant.mer. Bellissimo tempo. Sole ardente, e neve altissima- II fiato dei cavalli si gela sui loro mustacchi, e noi bruciamo. Dopo quattro ore di viaggio ci fermiamo al villaggio di Tomgialen(1)  ove facciamo una parca colazione- Si alza un vento freddo, ma presto passa- Ci rimettiamo per via- Si sale un’alta montagna coperta da magnifici boschi, ma sepolta nella neve  – I cavalli vi sfondano sino al ginocchio- Poco a poco peggiora la strada, cresce il freddo, la salita diviene più ripida, i cavalli stentano a reggersi- I cani ci credono persi ed urlano disperatamente . Io mi sento venir meno. Mi avviluppo nel Machlali(2) , mi metto la testa fra le ginocchia, e mi abbandono al mio cavallo che lotta eroicamente contro gli ostacoli- Momento terribile! Il cavallo di Campana si scosta dal sentiero, sfonda e cade- Campana riman sotto; ma il Seis ed Antonini lo aiutano a cavarsi. è tutto intirizzito dal freddo e soffre alle mani dolori intollerabili. Una mia mano si prende dal gelo- Chiamo aiuto perché me la strofinino con la neve, ma nessuno mi può accostare.- Mi dò dei gran colpi colla mano sul ginocchio ed in qualche minuto rinviene. Troviamo dei vitelli, degli asini che ci barrano la strada, e ciò nel più cattivo momento- Infine con l’aiuto di Dio giungiamo alla cima. Il Gaval mi mostra col dito a poca distanza sul pendio del monte una capanna dalla quale esce del fumo- Noi ci  ripareremo in quella- Troviamo buon fuoco e ci sembra rinascere- Giunge Campana fuor di sé pel dolore alle mani, ma in capo a pochi momenti si acqueta- Si riparte, e in poco più d’un ora si giunge al villaggio chiamato Scealen- Casa pulita, buon fuoco, ristoro.- Oggi oltre i villaggi già  indicati abbiamo passato Turktachi; e Agha Kem. Gazzell diede la caccia ad una lepre e Kara Konch la prese e ce la porto’- Tiimdik cadde dall’alto di un ponte; e rimase tramortito, ma presto si riebbe ; e non si fece alcun male.-

Note:

(1) “Tomgialen” è quasi certamente un han (caravanserraglio) di sosta.

(2) machlah, Mantello lungo in pelo di cammelle che ricopre tutto il corpo,

21 gennaio 1852

By Diario turco - Seconda parte

 

21 [ gennaio 1852]

Nevica; ma verso le dieci, il tempo si rasserena un poco. Ver sera giunge Giorgi- Compro per lui un cavallo di 200 piastre. Partiamo- Bel tempo e mite- I cavalli si sostengono bene, quantunque caminino nella neve molto alta- Ci fermiamo al Dervent(1) per far colazione-  Giunti a Tcherky al cader del sole, e andati ad alloggiare dal buon vecchio Mufti- Suo genero sta male, ed appena scesa di cavallo, mi tocca ad uscire a piedi per visitarlo- è notte, le strade sono un pantano: un uomo va innanzi col lume ed io tengo gli occhi fissi in terra per non cadere. Tutto ad un tratto mi urto fortemente la testa- Guardo che c’é? Il tetto d’una casa Tantum sufficit per dare un’idea della architettura di questa città- La casa del malato però è la più bella che io abbia veduto in Asia- Antinori sta poco bene e dovremo trattenerci domani.

 

Note:

(1) Dervent è quasi certamente una trascrizione di Derbend (o Derbent), un termine turco-persiano. Significa letteralmente “passaggio stretto“, “valico montano” o gola. Storicamente, in Turchia, un Dervent non era solo una caratteristica geografica, ma spesso indicava un posto di guardia fortificato, un valico o una stazione di sosta sulla strada. Questi luoghi erano cruciali per il controllo delle vie di comunicazione e per la sicurezza delle carovane, a volte dotati di un piccolo ostello o han.

(2) Tcherky è molto probabilmente una trascrizione di Çerkeş (pronunciato “Cherkesh” o “Cherkyesh”), una città tuttora esistente in Turchia. Çerkeş è un distretto e una città situata nell’attuale provincia di Çankırı, nella regione dell’Anatolia Centrale. Si trovava su una delle principali rotte carovaniere che collegavano l’area del Mar Nero (vicino a Safranbolu, la loro probabile origine) con Ankara (Angora)

20 gennaio 1852

By Diario turco - Seconda parte

20 [ gennaio 1852]

Giornata piovosa; queste faccende di Teckeré ci tengono sino a mezzo giorno; continua a piovere, e pensiam bene di trattenerci sino a domani; tanto più che dovremo aspettare ad Angora la soluzione di questo affare- Qui siamo alloggiati molto bene, è meglio aspettar qui che altrove- Ho comperato un altro cavallo per 700 piastre- Vengono in processione i malati- Bagendur, che si dice città è un gruppo di capannucce miserabili- Situata sulla riva del Aglon Son al piede dei monti di Bagendur ossia della montagna dei Kurdi: il paese è vago ma in questa stagione le montagne sono coperte di neve. Siamo in casa del mastro di posta, Mustafà Bey. Una casa nuova, e molto pulita.    Viaggio con nove cavalli miei, e tre mule di Katergy- Il Bavarese

Augusto segue a piedi sino ad Angora, ed ivi avrò da comprare altri quattro cavalli- Pazienza ! Purché non sia trattenuta per strada per mancanza di danaro!    Spero che Pastori me ne mandera ‘-

Nota: Bagendur o Bugendar. Cristina usa due diversi modi per identificare questo luogo sconosciuto.

19 Gennaio 1852

By Diario turco - Seconda parte

19 Gennaio [1852]

Partiti finalmente da Ciaq Maq Oglou per Gerusalemme.

Bellissimo tempo- Arrivati in quattr’ore di viaggio a Bugendar. Ivi ci accorgiamo di non avere i Terkeré. Io credo l’avesse Eugenio, e Eugenio credeva l’avessi io- Nella notte giunge Nadj Atanos e dice che il Kaimakan non me lo vuol dare perché Nassan Bey si oppone alla mia partenza; sino a che non gli ho pagato le risaie- Ora se non ho pagato le risaie, si fa perché il Kaimakan mi disse di non pagarle, avendole io già pagate ad Ismael Bey- Alekan aggiunge che è allo scoperto di grosse somme di danaro, e che non può pagare più nessuno dei miei biglietti- Io invece so di essere in credito di più di 20000 piastre senza contare le diecimila, che ordinai a M.u Aleson di mandargli- Eugenio riparte per Saffran Bolo per aggiustare questo imbroglio- Anderò sino ad Angora presenterò ad Nedj Mehemet Governatore una lettera d’Eugenio, perché mi dia il Teckeré. Il Kaimakan ha trattenuto anche il Teckeré di Antinori.

 

Note:

Nell’Impero Ottomano il Kaimakan era un funzionario statale o un governatore locale. Era il rappresentante del Sultano o del Gran Vizir a livello locale, preposto a una circoscrizione amministrativa.

Teckeré: Permesso di viaggio, lasciapassare o documento ufficiale (probabilmente tezkere).

7 Gennaio 1852

By Diario turco - Prima parte

7 Gennaio 1852.

M.eur e M.me Scrobl, Antinori, un Lombardo chiamato Pietro suo cameriere, un falegname, e due coltivatori tedeschi sono arrivati il 21 dello scorso mese, sono molto contenta di questa gente, e spero molto dalla loro cooperazione.- Il Dottor Bertani  fratello di Agostino , è venuto a passar meco le feste- è tornato Eugenio , ed ha contato che questo signore si spacciava ad Angora per mio fratello-Il D.re si scusa con Antinori ma Antinori non lo può soffrire . Il D.re pretesta ch’io ho parlato con malo modo di suo fratello e parte incollerito.Due giorni dopo ricevo una sua lettera  ,in cui mi dice di contentarlo, o di tremare guai a me se non lo contento!

Mi farà lasciare il mio Tchifflik per forza scriverà in tutti i giornali etc. Eugenio ch’era presente quando ricevetti la lettera volea farlo bastonare. Io gli dico di portare la lettera ad Antinori che in quel giorno si trovava a Saffran Bolo e di regolarsi dietro i di lui consigli. A me basta che il D.re se ne vada . Se ne va difatto metà per forza,e metà volontariamente.- Stiamo preparandoci al viaggio di Gerusalemme- La cosa più difficile è il procurarsi cavalli. Alepson me ne ha portato cinque, di cui presi un solo perché troppo cari. Le notizie d’Europa sono delle più tristi . Il primo Gennaio ricevetti lettera di M.me Garbert in cui mi ragguaglia dell’accaduto a Parigi il 2.3.4.5. Dicembre – La Democrazia,é vinta per ora- Vincerà alla sua volta, e la sua vittoria sarà durevole, ma quando succederà? La generazione presente non vedrà forse il suo trionfo.

 

Oggi  7 [gennaio 1852] ( stesso giorno? Forse 17. ndr)

Giornata infausta- Stamane M.eur Lengott cade da cavallo, Pietro di Antinori scaricò una pistola che gli mandò il cane nella fronte- Io caddi nell’entrare in casa- Misi il piede su del fango liscio; mi mancò il punto d’appoggio,cado colla faccia contro la porta; sono rigettata all’indietro, e piombo giù distesa sul selciato colla schiena e colla testa- Nel rialzarmi tutto era buio,e confuso intorno a me:le membra come intorbidite; sentivo un liquido colarmi giu dagli occhi e dal naso,e pareami fosse la sostanza cerebrale disciolta. Maria avea messo un grido,e la prima cosa che vidi fu dessa tutta pallida e tremante che diceva . Mamma,mamma che cosa ti sei fatta-Ebbi forza bastante per rispondere,poca cosa spero; ma io mi credevo spedita tanto era strana la sensazione che provavo. Il polso non batteva,il sangue non circolava,il respiro non tornava.- Maria gridò hai del sangue ,e messami il fazzoletto alla faccia mi accorsi che di fatto mi scorreva giù il sangue dal naso- Quel sangue mi sollevo’; mi fecero bere dell’acqua di menta,feci un pediluvio caldissimo.- Ora son già passate alcune ore; non sento nessun dolore né alla testa, né alla vita.- Il naso soltanto si è molto gonfiato- Sento un gran peso alla testa, e un sopore continuo, ma dolore nessuno- Ringrazio Dio, perché non capisco ancora come sotto una scossa così violenta io non ebbi il cranio fracassato- Per buona sorte io avevo un fazzoletto legato stretto intorno alla testa: questo mi ha salvato.- Un ora fa Maria mi giunge in camera tutta in lagrime, gridando Doro è morto! Doro era il suo cavallo di predilezione- La consolo alla bella meglio, e a tutte due ci pare mill’anni che sia terminato questo giorno di disgrazie

6-7 dicembre 1851

By Diario turco - Prima parte

6-7 [dicembre 1851]

 

Nessuna novità -Il tempo continua freddo e minaccioso, oggi però si è schiarato- Ritornato indietro l’ultimo par di bufali, perché troppo vecchi , e non mangiavano. Antonini si è deciso a restare quest’inverno .é andato sulla montagna per far tagliar alberi,e dice che ve ne sono di mirabili- L’affare del legname si presenta bene- Stamattina è passato Nardj Atanos  andando ad Angora a trovare il Pacha. Ieri Maria  ha fatto una cavalcata coi due polacchi e Antonini. Nessuno può più montare il mio Kur tant’é cattivo- Con me sola si cavalca un poco.

 

5 Dicembre 1851

By Diario turco - Prima parte

5 Dicembre [1851]

Tempo incerto e freddo- Di buon ora partono M.eur Lengott con quattro par di bufali, e quattro contadini per le risaie-

Antonini con altri quattro (uomini)per la montagna a tagliar legna da costruzione;Campana per la caccia, noi donne rimanghiamo in casa;facciamo seccare il riso,e lavorare l’orto.

4 Dicembre 1851

By Diario turco - Prima parte

4 Dicembre [1851]

 

L’inverno è incominciato ieri- Aspetto Antinori  M.eur Strobl e sua moglie, un suo servitorello di anni 8 e un contadino. Altri due colle mogli ne raggiungeranno più tardi- Aspetto anche due falegnami, perché i miei lavori possino camminare meglio.- Ho già seminato il grano, che spunta pertutto. – Ora si sta lavorando alle risaie- Oggi ho 6 paia di bufali; 3   bufale,  quattro vacche coi vitelli; due bufali giovani; un asina e l’asinello, sei cavalli, tre giumente, e un polledro, duecento capre, venti cani,e un numero incalcolabile di galline, oche, dindi, anitre etc.Quasi tutti coloro che pretendevano possedere parte del mio terreno sono stati ridotti al silenzio grazie ad Eugenio. Il Mulino mi fornisce farina abbastanza per la casa.- La sega lavora, e quando avrò finito di fabbricare, comincerò il commercio dei legnami-Ora che mi sono messa in regola cogli arretrati, e che ho spiegato alla meglio la nostra situazione, riprenderò il mio Diario.

Lettere di un’esule – 20

By esule, I suoi articoli

Lettere di un Esule. ….Numero XX

Condizione politica e industriale del popolo turco.

Corrispondenza del The N.Y. Tribune.
Asia Minore, mercoledì 19 novembre 1851.

Se le virtù private e domestiche fossero sempre unite a quelle civili, ci accontenteremmo del desiderio di una rivoluzione sociale in Oriente che rovesciasse l’attuale classificazione della società, strappasse la fortuna, il potere e i privilegi dalle mani indegne che li detengono ora e li consegnasse alla parte povera ma onesta della popolazione. Ma che un tale desiderio così ardito non sia mai soddisfatto! Non in Turchia, più di quanto avvenga altrove, le virtù e i vizi sono proprietà di una classe qualsiasi della società; ma in nessun luogo, come nell’Impero ottomano, le virtù private e sociali sono così raramente trovate insieme. Non dico semplicemente nello stesso individuo, ma nella stessa classe di cittadini.

Ho parlato dei diversi modi in cui poveri e ricchi mussulmani considerano la felicità familiare. Amore, fedeltà, rispetto di sé, costanza da una parte; durezza e freddezza di cuore, libertinaggio, depravazione, corruzione, dimenticanza di tutti i sentimenti teneri e nobili, perseguimento dei piaceri più grossolani e bassi, dall’altra. Ma se passi dal cerchio familiare alle scene civili o sociali, la sorte è cambiata. I poveri e gli incolti non hanno probità nelle loro transazioni, nessun rispetto per la verità, nessuna sincerità naturale, nessuna preoccupazione per il bene pubblico, nessun amore per il prossimo. Ogni estraneo è il loro nemico, e l’abitante della provincia vicina è uno straniero per loro – e ogni parente è un complice nel barare. Nonostante la loro cattiva fama, né i Greci né gli Armeni sono peggiori in questo rispetto dei Turchi delle classi più basse. La legge di Maometto ha dimenticato di formare cittadini o persino uomini; come ho detto prima, si accontenta di creare soldati, strumenti fanatici di una volontà ambiziosa. La natura umana ha supplito all’insufficienza della legge, dove il lusso non ha gettato il suo influsso inebriante nel santuario del cuore.

Ma buoni sentimenti naturali, come l’amore per un individuo e la compassione per le sofferenze di un altro, non sono sufficienti per fare di un uomo onesto un buon cittadino. Trovi tali virtù sociali in Turchia solo dove la civiltà occidentale e lo spirito della società cristiana hanno penetrato, cioè nelle classi superiori, e soprattutto tra i Turchi che abitano o hanno abitato Costantinopoli. Per loro, la slealtà e la disonestà sono un segno di barbarie, di cui arrossirebbero se fossero sospettati, come un parigino alla moda o un londinese all’accusa di non conoscere l’ultimo romanzo o di indossare abiti  dell’anno scorso. Hanno adottato la probità e il sentimento patriottico, come hanno assunto il frac, i vestiti stretti e il fez, e precisamente nello stesso momento. Questo non è una fonte degna di tali virtù di alta levatura, ma è meglio averle dalla moda che non averle affatto. Certamente la moralità sociale e persino politica di più di un Pascià è ancora lontana dalla perfezione, ma è sulla via del progresso, e è riconosciuta come indispensabile per coloro che ambiscono alle più alte dignità dello Stato. Si è detto tempo fa che l’ipocrisia è un omaggio reso alla virtù. Questo omaggio è generalmente pagato dai funzionari pubblici dell’Impero ottomano, e se riflettiamo su quanto tempo è passato da quando questo è stato il caso in questa parte del mondo, dobbiamo sentirci gratificati per il miglioramento. È giusto confessare anche che l’onestà nelle transazioni commerciali in particolare deve essere davvero di difficile osservanza tra le classi più povere degli Osmanli; e la causa di questa difficoltà è la misera condizione delle loro fortune. Non conosco un solo turco, non solo delle classi più povere, ma anche di quello che chiamiamo la classe media o la borghesia, che abbia denaro proprio. Hanno, o prendono terreno sufficiente per coltivare il loro grano e l’orzo per i loro cavalli, mucche e pecore. Ognuno di loro scava, semina e falci a mano, non avendo i mezzi per pagare un operaio. Così non possono ottenere più di quanto sia strettamente necessario per il proprio sostentamento; hanno case che li riparano; la foresta è anche a portata di mano, e tutti sono autorizzati a tagliare quanto legno vogliono. – Ma comunque il denaro non può essere completamente dispensato. Ci sono vestiti, o meglio stracci, da procurarsi. Un letto è un lusso sconosciuto in campagna, ma un tappeto su cui sdraiarsi e una pelle di capra con cui avvolgersi devono essere ottenuti. E tali cose non si ottengono da nessuna parte gratis; nessun cavallo, nessuna mucca, nessun asino è dotato del dono dell’immortalità, e quando uno di quegli animali paga il suo debito con la madre natura, deve essere trovato un sostituto.

Il denaro e solo il denaro realizzerà questo. Quello che deve essere fatto sarà fatto, dice il saggio, e così è in realtà. Il Turco trova denaro, ma dove e come? Da nessuna parte tranne che dal capitalista, o piuttosto dall’usuraio, e solo prendendo in prestito. Oso dire che non c’è un Turco delle classi più povere o medie che abbia mai ottenuto denaro se non attraverso un processo rovinoso del genere. Ma come fa il capitalista a prestare il suo denaro a un uomo che non glielo restituirà mai? Non lo fa; il povero debitore pagherà al ricco prestatore prendendo in prestito da un altro. Prendere in prestito è l’unico canale attraverso cui il denaro solitamente visita la tasca rattoppata del contadino Turco. Ma se oggi vuole cento piastre, un anno dopo ne vorrà centocinquanta, poiché gli interessi del denaro preso in prestito ammontano dal trenta al cinquanta per cento. Continuerà in quel misero modo finché non dovrà quanto vale il suo pezzo di terra e la sua casa. Poi il suo creditore se ne impadronirà, e felice il povero debitore che riesce a salvare la sua mucca, il suo asino e parte del suo gregge dalla stessa disgrazia. Così privato della sua proprietà, il contadino non dispera ancora; se il suo campo gli è stato tolto, c’è abbondanza di terreno nelle vicinanze che gli presterà i suoi tesori; se è senza tetto, c’è la foresta, e un’ascia è ancora in suo possesso. Lavorerà un po’ più duramente, o farà un po’ peggio per uno o due anni, ma difficilmente lo sentirà, grazie alla generosità o alla disattenzione dei suoi vicini, che non pensano mai a rifiutargli una parte delle loro uve, del loro segale, delle loro noci o persino del loro orzo. Né questo è un effetto molto evidente della carità mussulmana. La carità è una parola vuota nel vocabolario degli Osmanli, e infatti dubito che una tale parola esista lì affatto.

Quando il contadino Turco capita di produrre più di quanto voglia di grano, tabacco, orzo, uva, noci, cavoli o fagioli, non pensa di vendere il surplus. Sarebbe un tale disturbo portarlo al mercato, fissare il prezzo, ottenere il denaro! Sarebbe un lavoro intollerabile. Preferisce mettere ciò che non vuole in un angolo della casa e darlo a coloro che vengono a trovarlo. Se il visitatore è un uomo ricco, tanto meglio; forse darà al suo ospite una bakshish[1] ( soldi-per-bere) o comunque potrebbe creare un’opportunità per far entrare i poveri in casa e guadagnarsi il favore del ricco. Se il visitatore è un povero vicino, un mendicante, poco importa; il surplus deve essere smaltito, e forse le carte si capovolgeranno presto, e il proprietario dell’abbondanza di oggi prenderà il posto del povero vicino, mentre quest’ultimo sarà benedetto con un’abbondanza propria.

Il Turco che è stato privato del suo campo e della sua casa non muore di fame; e in due o tre anni si ritrova stabilmente sistemato come prima, un uomo responsabile, al quale il capitalista non negherà un piccolo prestito. E l’ultima lezione non lo rende più prudente. Prenderà in prestito e prenderà in prestito di nuovo, finché la sua nuova proprietà non sarà coinvolta e gli sarà tolta. Ma perché biasimo la sua mancanza di prudenza? Nessuna prudenza umana può insegnargli a vivere e a sostenere la sua famiglia senza soldi, né a ottenere denaro dove semina grano o orzo. Dove non c’è denaro in circolazione, non può esserci alcun modo per i poveri di ottenerlo. Se cercano di vendere ciò che hanno prodotto, possono riuscire solo a scambiarlo con un altro prodotto del suolo; ma non devono pensare di ottenere denaro per esso, anche se si accontentassero di metà del suo valore. Anche quello che io chiamo i capitalisti non sono molto meglio dei lavoratori. Vivono in città, e l’esercizio di qualche professione o mestiere li mette in possesso di un po’ di moneta. Il calzolaio, il sarto, ecc., del Pascià e dei membri del Divano[2], di tanto in tanto ricevono denaro.

Ma costituiscono un’eccezione, e non una classe di cittadini. Il maggior numero dei prestatori di denaro sono capitalisti ereditari: cioè hanno ereditato il loro capitale dai loro padri, che lo hanno a loro volta ereditato dai loro, e così via, finché non raggiungiamo un periodo remoto ma più felice nella storia dell’Asia Minore. Alcuni impiegano il loro capitale in una sorta di commercio ambulante, portando da provincia a provincia i prodotti speciali di ciascuna, come le manifatture di lana di Angora, lo zafferano, ecc.; ma la maggior parte di loro si arruola nel reggimento di Shylock[3]. Soddisfatti con un capitale di sei o otto mila piastre, che frutterà un reddito di quattro o cinque mila all’anno, vivendo sotto il tetto della propria casa, mangiando i prodotti dei propri campi, il prestatore non sogna una vita più brillante. Essere contenti della mediocrità può essere considerata una virtù; ma può anche essere il risultato dell’ignoranza e della mancanza di energia. In ogni caso, se è una virtù privata, è la disposizione più sfortunata per un popolo, condannandolo a una miseria eterna e a un’oscurità mai dissipata. Non c’è denaro in circolazione in questo paese, dove non vengono stranieri, nemmeno come in Italia per guardare il paesaggio e poi partire. Nessuna energia nelle classi più ricche, nessuna idea di una condizione migliore, e di conseguenza nessun desiderio di migliorare quella dei poveri. Tali sono le cause della straordinaria povertà che divora questo ricco paese, dove il suolo regala i frutti più prelibati a coloro che si prendono solo il disturbo di aprirlo; il cui clima è morbido quanto salutare; dove flagelli come epidemie, inondazioni, grandinate ed eruzioni vulcaniche sono sconosciuti; dove tutto respira un riposo benefico e promette abbondanza di beni. Il rimedio per una situazione del genere sarà oggetto di un’altra lettera.

Christine Trivulzio di Belgiojoso

[1] Mancia

[2] Consiglio di stato, corte reale

[3] Nome dell’usuraio ebreo del “Mercante di Venezia” di Shakespeare.

13 novembre 1850 – Partenza di Pastori

By Diario turco - Prima parte

13 Novembre [1850]

 

Pastori è partito or sono due giorni. Sinché rimase qui io non ebbi né tempo né voglia di  continuare queste note. Quante cose mi premeva di conoscere? E quante premeva a lui di dirmi! Quante istruzioni da dargli? Quante reciproche raccomandazioni,  quanti concerti, quante promesse.- I miei interessi con Eugenio furono da Pastori  assestati come io desideravo, anzi meglio, Pastori si è fatto rilasciare una dichiarazione statuente che Eugenio non ha  più nulla a ripetere da me né sul fondo, né sui mobili, bestiami, attrezzi etc. Siamo pure rimasti d’accordo che mi spedirebbe da Costantinopoli un servo europeo ed un muratore, insieme con un dragomanno così potrò parlare, e spiegarmi coi Turchi senza l’intervento d’Eugenio. Ho stipulato il trattamento di Pastori: seimila lire all’anno che si accresceranno di altre lire A. 1500 dopo vent’anni di servizio. Una gratificazione di lire A.10.000 per l’opera prestatami fin qui. Più il 10 per cento (100)  sopra ogni aumento del mio reddito. Pastori rimase contento, né io potevo fare di più, sebbene egli guadagnasse colla professione cui rinunziò per amor mio 10  o 12 mila lire all’anno, oltreché un suo collega ne guadagnò l’anno scorso 2000. Essendo ormai chiuse tutte le università in Lombardia, gli studi non proseguono altrimenti, che sotto professori privatisti. Pastori non si  tratterrà a Milano che poche settimane, quindi si recherà a Parigi, e passando per Torino intavolerà le trattative per la vendita del medagliere- Spero poi di rivederlo qui nella prossima primavera. Quando qui giunse, era mal disposto verso la mia valle; ma poco a poco si ravvide.- La mitezza del clima e la salubrità dell’aria lo incantavano. Disse che mai non aveva avuto tanto appetito e sebbene invece di polli a lesso, e polli arrosto mangiasse il mangiar forte e grossolano di queste contrade . Mai si lagnò di dolor di stomaco. Insomma ripartì riconciliato col mio ritiro. Qui durante il suo soggiorno nulla accadde di rilevante . Eugenio comperò 150 anzi 180 capre a 35 piastre cadauna, ma non sono ancor giunte.

Abbiamo ora 7 Dindi, un gallo, e una gallina, questi ultimi mi sono stati regalati a titolo Baqci da una donna che mi condusse il figlio malato da visitare. I consulti vanno crescendo di numero, e sempre questa buona gente mi vuol regalare qualche cosa.- Le casse tutte sono arrivate, i monili sono in discreta condizione, e la mia camera è in buon ordine- L’ho tappezzata con delle vecchie tende di damasco di lana verde , ch’erano nell’anticamera del primo piano a Locate . Antonini lavora indefessamente. Dopo di aver terminato i serramenti della mia camera ha principiato quelli del balcone e saranno presto terminati-Ho fatto per Pastori il mio ritratto e quello di Maria, che son venuti bene. Ora che ho finito (o quasi) il lavoro del tapezziere, mi metterò seriamente allo studio- Quante cose mi propongo di fare! Dio mi conservi in questa tranquillità e buona salute! D’ora innanzi non tralascerò di notare ogni sera gli avvenimenti, quali sieno, del giorno.-

12 ottobre 1850

By Diario turco - Prima parte

12 Ottobre [1850]

Che clima!
Siamo in pieno estate; e le notti sono così miti,  e le mattine così senza rugiada  che pare un sogno.
Eugenio ordina che si pulisca la casa, e parte per Safran Bolo lasciandoci soli. Si fa le mostre di pulire la casa; ma non si fa niente.

Andiamo al fiume a far bucato; accomodiamo le cose nostre, facciamo da mangiare,e mangiamo, poi venuta l’ora tarda andiamo a fare un giro. Rimasta un poco indietro con C. egli mi fa una dichiarazione.
Dio mio! Che ridicolaggini! Se mi fossi figurata una cosa simile non lo avrei condotto meco.
Ma chi potea pensare che un’ uomo si riservato, e si giudizioso desse in tali pazzie? Basta, l’ho pregato di non parlarmene altrimenti, e farò attenzione a non fornirgli l’opportunità di disobbedirmi.

Tornati a casa, ceniamo e ci corichiamo sotto la tenda.

 

Note:

C = Campana?

8 ottobre 1850

By Diario turco - Prima parte

8 Ottobre [1850]

 

Partiti alla mattina,dopo tre ore di viaggio, Eugenio piglia a mano manca verso Bolo , e noi a mano dritta verso il bagno. Smarriamo la strada, ed erriamo per ben tre ore . Giunti verso le due pomeridiane spieghiamo la tenda,e ci occupiamo di mettere in assetto le nostre cose -Arriva Eugenio – Passeggiamo cogliendo frutti selvatici,sinché tramonta il Sole-Andiamo nel bagno io,e Maria;

poi a letto, ove ceniamo.-

7 ottobre 1850

By Diario turco - Prima parte

7 Ottobre [1850]

 

Fatta colazione ed allestita, vado con Maria a visitare, e ringraziare la Signora. Il marito suo era altre volte un principe dei più ricchi,e dei più potenti dell’Asia Minore . Era uno di quei feudatari,che il Luigi XI della Turchia sconfisse ,e ridusse al nulla.-

La casa sua rassomiglia piuttosto ad una stalla che ad altro – Fui ricevuta da più donne che mi condussero sù per una scala diroccata in un salotto, ove stavano le padrone di casa, ché Ali Bey ha due mogli. La più vecchia deve essere stata assai bella ed ha un aspetto maestoso ,e malinconico che si addice alla sua condizione di Prin. decaduta . La seconda più giovane,pare una vera pettegola di basso stato e fu sposata da Ali Bey perché la prima moglie non aveva avuto figli. Questa non cadde nel medesimo mancamento ,che mi presentò mezza dozzina di scimmiotti ,quasi ignudi chiamandoli suoi figli .Il buon esempio però è una bella cosa, poiché la prima moglie cavò anch’essa da sotto un mucchio di cuscini un bimba di tre anni che mi disse esser sua .- Chi fece il miracolo? Ali Bey senz’altro.- Dopo mezz’ora di conversazione muta, presi licenza,e partimmo. Fatta colazione a Dari Kan- Dari Kan è tenuto da un Armeno per nome Hagi Baba che fu un tempo uno dei più ricchi Signori di quella nazione.- Caduto in bassa fortuna,e rimasto con 25 franchi di sua proprietà,si comperò con questi quel Kan e si pose a coltivare il terreno all’intorno – Partiti dopo colazione e giunti alla sera sulla cima della montagna di Bolo[1], sito magnifico .Comperato un giovane cane mastino che chiamiamo Beck-shi ossia guardiano.

[1]      L’attuale Bolu.

5 ottobre 1850

By Diario turco - Prima parte

5 Ottobre [1850]

Passiamo Adar ; giungiamo al fiume[1],che si passa in barca- caminiamo (sic) cinque ore in mezzo a belle praterie e magnifiche piante- Facciamo colazione alla guardia ; poi in oltre due ore e mezzo giungiamo a Nandeck[2] – Spieghiamo la tenda in un bel terreno sotto annose piante – Incomincia la pioggia – Piove dirottamente ; tuoni e lampi- siamo tutti raccolti sotto la tenda ed inondati .- Verso la mezza  notte cessa la pioggia; ci scuotiamo e assestiamo alla bella meglio ; poi vinti dal sonno ci addormentiamo.

[1]      Il Sakarya Nehn,

[2]      Probabilmente Hendek

4 ottobre 1850

By Diario turco - Prima parte

4 Ottobre [1850].

  Stamattina il latte si è fatto molto aspettare, cosicché eran quasi le otto quando montammo in sella. Incontrammo gran quantità di Camelli- Arriviamo a Sabandja dove dobbiamo cambiar cavalli,il che ci fa perdere quattro ore di tempo-Viene intanto un uragano. Si parte nondimeno per Adar[1]. Ci fermiamo fuori della Città in una bella prateria davanti una villa di certo Bey – Presso alla casa vi è una gran ruota che porta l’acqua in un acquedotto posto ad una grande altezza, il quale provvede d’acqua la Città intera.

Vicino ad Adar sussiste tutt’ora un ponte immenso[2] terminato da due occhi,e composto di oltre  14 archi,il quale è attribuito alla Imp.ce Elena.-

Adar era città Romana di non so qual nome.  Fu poi dei Genovesi – Ora conta circa 30000 abitanti fra Turchi, Greci, ed Armeni- La popolazione assai fanatica e feroce.

 

 

 

[1]      La città odierna di Adapazarı

[2]      Il ponte di Giustiniano ( Justinianos Köprüsü in turco) ,  costruito nel 533 D.C.

3 ottobre 1850

By Diario turco - Prima parte

3 Ottobre [1850]

 

Il banchiere di Issmitt avendo mandato più volte a invitarci, vado con la giovane padrona di casa a fargli visita . Ci trovo un Prete Greco che parla Italiano. Si maravigliano assai della mia risoluzione. La moglie che ci serve rinfreschi è assai bellina, ma sembra stanca e melanconica, come quasi tutte le donne cristiane di questi paesi. Il banchiere è brutto come un’ orco, vecchio, sudicio, e si direbbe istupidito dal bere acquavite.-A mezzo giorno partiamo- Abbiamo comprato due altri cavalli,per cui ne abbiamo quattro- Gli altri sei son di corriere- Viaggiamo quattro ore, e ci fermiamo a un Derven[1], due ore indietro di Sabanja- Ci fermiamo ch’é giorno chiaro,facciamo le nostre faccende con molto buon umore, ceniamo, si canta, si ride, si gioca e si balla ,poi ci ritiriamo ai nostri rispettivi materazzi. Abbiamo un Zapetier, che ci fa la guardia. Io però non dormo per quelle maledette pulci.

[1]      Un passo di montagna.

1 Ottobre  1850

By Diario turco - Prima parte

 

Primo Ottobre  [1850]

 

Già aggiorna, già spunta il sole,e ancora Eugenio non mi ha svegliato col solito caffè. Che fate Eugenio ? Non si parte oggi! Il latte non l’hanno portato ancora e l’intoppo al vostro caffè mette intoppo ad ogni cosa. Son le sette. Ecco finalmente il latte, ma il vento è forte e freddo,né lascia che presto si scaldi. é fatto- Mangiare,vestire,far pacchetti etc. Uno dei cavalli da trasporto cade due volte;si parte . A un’ora distante passiamo la colonia sericola Lombarda , il cui direttore Sig.Camagni di Como mi aveva fatto promettere qualche tempo fa che passando per Errechi mi sarei fermata qualche giorno in casa sua.-

Quello si poteva fare partendo da Cosfi, un mese fa ;ma ora il tempo stringe, e non posso disporre di sol un giorno -Pure se il Sig. Camagni mi rinfaccia la parola datagli, non posso sciuparlo. Dunque altro non c’é che sfuggire l’incontro col traversare per tempo in silenzio ed in fretta la Città d’Errechi. E cosi facciamo .-Lasciamo Campana e Cucaj indietro col bagaglio ,e noi mettiamo i nostri cavalli al galoppo ; io mi tengo il cappello sù gli occhi, e attraversiamo di scappata il luogo del pericolo – Pochi metri più in là v’é un caffè Turco, ove si beve,si fuma, e si medita- Ci fermiamo un quarto d’ora a fumare e a mangiare melloni; poi continuiamo un par d’ore. Altro caffé con attorno magnifiche piante di noci e platani. Facciamo colazione con carne fredda, caicanà e frutta. Di nuovo per via. Giungiamo in sulle tre a Issmitt[1], in casa Tacomi incontro Arefa, il quale viene a trovarmi,

ed è diventato brutto. In casa Tacomi io non ci dormo perché ne conosco le cimici. Mi si pianta la tenda in giardino, tutti vanno a dormire in casa e noi tre femmine rimaniamo in giardino. Dormivo non so da quanto tempo , quando sono svegliata da un tremendo latrare ed urlar di cani . Pare che vedano qualcuno, ed a me pare di sentir gente che cammina in giardino. Tutto ad un tratto i cani tacciono e si mettono a rosicare delle ossa. Dico tra me:che abbiano loro gettato da mangiare per farli tacere? Dopo mezz’ora di silenzio riprincipiano gli urli peggio che mai. Sono urli disperati . Ma cessano presto,ché un cane comincia a vomitare, un’altro a lagnarsi, un’altro lo sento che si sdraia pesantemente in terra. Dico ancora fra me, possibile che quelle ossa fossero avvelenate. Sto ad ascoltare. Niente per un pezzo; poi ecco la pianta che sorpiombava la tenda , scuotersi tutta sino all’ultima fronda – Per certo qualcuno vi è salito sopra dal giardino contiguo. Uno dei cani si slancia alla finestra della stanza ,ove stanno rinchiusi, come se volesse afferrare un nemico , ma manda appena un sospiro e cade sul terreno affatto spossato . Io allora m’alzo pian piano , metto la testa fuori della tenda, e guardo quanto so e posso la terribil pianta.Si muove tratto tratto tutta quanta ; vedo delle macchie scure come se vi fossero persone , ma non discerno forme . Sento dei passi nel vicino terreno ;sento pure un rumor sordo , che non so cosa sia . Mentre stavo in dubbio di chiamare , sentì dall’altra parte della nostra tenda e vicinissimo ad essa uno di quelli  ah! che mettono i galantuomini quando si svegliano a metà di un sonno tranquillo , e placido . Questo ah! mi conforta . Eugenio ha lasciato persona presso di noi che ci difenderebbe in un bisogno. Anche i malfattori avranno sentito  l’ah! e si terranno per avvertiti . Mi ricorico , ma il sonno è ito  per cui accendo il lume, e mi metto a leggere . Appena avevo letto poche righe, che sento un legger fremito sul terreno vicinissimo al mio materazzo . Volgo gli occhi,e il mio sguardo incontra un altro sguardo fisso, penetrante , acuto. Questa volta non stò zitta e chiamo . Miss Parker ,Miss Parker ! Non so, se sia un rospo, o una rana, ma uno o l’altra stà giù che mi guarda in faccia. Miss Parker dichiara subito che è un rospo; bisogna ucciderlo, ma come si fa? Fortunatamente abbiamo un par di molle. Con queste Miss Parker comincia la caccia, e riesce a liberare la terra da quel mostro- Ecco tornarmi il sonno, mi abbandono alla protezione di Dio, e mi addormento sotto la misteriosa pianta come avrei fatto sotto a baldacchino del mio letto. Al mattino chiedo se niuno intese nulla?- Nulla e nessuno – Guardo la pianta: é pianta di fichi- Chi sa che non fosse qualche ragazzo goloso!.Issmit é l’antica Nicomedia.-La città in rovina è posta sul colle,e la moderna ai piedi di quello. Vi sono ancora molti bei monumenti Romani,come un anfiteatro,un arco di trionfo,ed altri. Ma dell’antica Nicomedia indipendente non mi furono additate tracce alcune. Poco fuori della Città dalla parte di Sabanja[2] v’é una gran fabbrica di panni. A Issmitt trovai tutto il mio equipaggio, più il falegname Antonini e il cuoco Lotos.[3] Ci trattenemmo un giorno e mezzo per ispedire le casse. Se ne caricarono due carri tirati da bufali,che li porteranno sino a tre ore distante da casa nostra per la somma di 120 piastre.[4]

[1]      L’odierna Izmit, situata a circa cento chilometri est da Istambul, percorsi in nemmeno due giorni. E’ l’antica Nicomedia greca.

[2]      Il lago vicno a Izmit. Il Sapanca Gölü.

[3]      L'”equipaggio” è ora formato da: Cristina, Maria, Miss Mary Ann Parker, il farmacista di Parma [ Giovanni ] Campana, il Seis Cucaj, Eugenio,  il falegname Antonini, il cuoco Lotos.

[4]      Una piastra era 1/100 di Lira turca, che valeva 22 lire piemontesi. Considerando un che una lira piemontese corrispondeva a circa 20 euro odierni, 120 piastre equivalevano a circa 500 euro. Il valore è puramente indicativo.

error: Content is protected !!